Next Level

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    AUTORE: Unsub
    TITOLO: Next Level
    RATING: Arancione
    GENERE: generale, introspettivo
    AVVERTIMENTI: LongFic, What if?
    PERSONAGGI: Emily Prentiss, Nuovi personaggi
    DISCLAIMER: I personaggi non mi appartengono(tranne quelli da me inventati), sono di Jeff Davis. Criminal minds appartiene alla CBS. Questa storia non è a scopo di lucro.
    NOTE: questo è il seguito di Profiler. I nuovi personaggi e i loro rapporti sono stati trattati nella precedente FF. La storia è spostata 20/25 anni avanti rispetto a quella attuale, del vecchio team rimangono solo Prentiss (il nuovo supervisore dell’unità) e Morgan (diventato capo-sezione). Il resto della squadra, per svariati motivi, ha lasciato la B.A.U.

    Prologo

    Nell’openspace della B.A.U. di Quantico regnava un austero silenzio. Erano tutti chini sulle rispettive scrivanie a compilare rapporti e profili preliminari. Il supervisore del team osservava la tranquillità che in quel momento abbracciava i membri del suo team. Improvvisamente la pace fu interrotta.
    - Ma sei impazzito? – un urlo proveniente dal cucinino.
    - Falla finita! – una voce maschile indubbiamente alterata.
    - Altrimenti? – una donna rispondeva a tono.
    - Ascoltami bene, piccola peste saputella…
    - Vedi di chiudere quel forno, rompiscatole.
    - Ehi! Ora stai superando il limite.
    - Vorrei spaccarti la testa solo per vedere se dentro c’è qualcosa oltre la segatura.
    Invece di alzare le proprie teste alla ricerca del motivo di quel baccano, Hotch e JJ continuavano a lavorare con un’ombra di sorriso stampata in faccia. Prentiss si affacciò dalla balaustra e sospirò rumorosamente “Siamo alle solite…”
    In quel momento Irons uscì dall’area relax seguita da un nervoso Reid, che gesticolava animatamente.
    - Non parliamo di chi ha cosa in testa, che è meglio – Chris si avvicinò alla propria scrivania.
    - Certo ho più materia grigia di te – Irons si lasciò cadere sulla sedia visibilmente contrariata dall’alterco.
    - Non mi sembra di averti chiesto mica chissà che!
    - La mia risposta è sempre la stessa, quindi non ti azzardare a tornare sull’argomento.
    Hotch e JJ si scambiarono uno sguardo divertito, il primo a voltarsi verso i due contendenti fu la ragazza mulatta. Qualcuno doveva porre un freno a quei due, era meglio interrompere la loro discussione. Una voce allegra alle sue spalle la prevenne.
    - Guai in paradiso? – Puka ghignava osservando i due.
    - Tu non fare la spiritosa! – fu la risposta unanime dei due contendenti.
    - Wow! E’ la prima volta che siete d’accordo su qualcosa – la ragazza scosse la testa e fece un segno all’indirizzo di Prentiss.
    - Puka, nel mio ufficio – l’agente supervisore si rintanò dietro la porta seguita dalla giovane informatica.
    Hotch le guardò perplesso, ma riportò subito l’attenzione su Isabel e Chris che erano ancora in pieno scontro.
    - Stavolta cosa hai combinato, Chris? – domandò fintamente disinteressato.
    - Le ho semplicemente chiesto…
    - Una cosa pazzesca, ecco cosa mi hai chiesto – Isabel incrociò le braccia in un gesto di disappunto.
    - E’ una semplicissima cena in famiglia.
    - Ho detto no!
    - Ti voglio solo presentare ai miei.
    - Ti ricordo che i tuoi mi conoscono molto bene, sono una loro ex allieva – prese l’I-PAD in mano e cominciò a cercare qualcosa.
    - Abbiamo intenzione di fare le cose sul serio, eh? – JJ era divertita dai loro continui battibecchi.
    Chris era offeso dalla reazione della propria ragazza e si mise a sedere con uno sguardo corrucciato. Isabel dal canto suo era imbarazzata e preferiva tuffarsi nel lavoro.
    - Ricominciamo con la guerra del silenzio? – chiese Hotch.
    I due alzarono all’unisono la testa fulminando il malcapitato con uno sguardo, poi si voltarono lentamente l'uno verso l’altra e scoppiarono a ridere, seguiti dai due colleghi che ormai conoscevano benissimo le loro sceneggiate.
    La porta di Prentiss si riaprì, lasciando uscire le due donne dall’ufficio. Emily si incamminò lungo il corridoio sopraelevato e senza girarsi parlò alla squadra.
    - Tutti in sala riunioni, ORA!

    Continua…
     
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    Un grazie particolare a Purisuka, che mi fa da beta^^

    Capitolo I. First level

    Chris si stiracchiò nel letto. La sera prima erano rientrati da un caso piuttosto difficile a Houston e lui era rimasto a dormire da Isabel. Voltò leggermente il capo per poterla guardare mentre dormiva. Era girata di spalle e teneva il lenzuolo stretto al petto, la schiena era scoperta e così gli occhi verdi potevano vagare su quella pelle candida e liscia.
    Si avvicinò a lei per poter sentire l’odore dei suoi capelli. Niente profumi per Isabel, niente trucco, niente espedienti per alterare la realtà. La chioma bionda e ribelle odorava di menta, scese con il naso lungo il collo per sentire il profumo della sua pelle. La sentì rabbrividire a quel contatto appena accennato e arricciò le labbra in un sorriso furbo.
    Le circondò la vita con un braccio e si tirò su con il gomito dell’altro. Spostò le labbra sull’orecchio di lei e vi soffiò leggermente. Avvertì di nuovo quel fremito percorrere la pelle di lei.
    - So che sei sveglia – un sussurro delicato – Puoi anche smetterla di fingere.
    Irons sentì le gote andarle in fiamme, mentre Reid le carezzava piano il fianco. Riusciva sempre a turbarla con quei modi delicati. Di solito, quando mettevano piede nell’appartamento dell’uno o dell’altra, non era così. Si avvinghiavano appena la porta si chiudeva alle loro spalle, non c’erano premure e delicatezze. Era pura passione che divampava come un fuoco in un campo di sterpaglie.
    Ma il risveglio era diverso, Chris era diverso. La riempiva di tante piccole attenzioni, la carezzava piano e dolcemente, le mormorava tenerezze nell’orecchio. Era questo il problema: finché si trattava di dare sfogo ai loro impulsi andava tutto bene, ma a confronto con quel modo di fare da innamorati lei si sentiva come una verginella spaventata.
    Si era detta e ripetuta più volte che con il tempo, conoscendosi meglio, le cose sarebbero cambiate. Invece eccola lì, dopo due mesi era ancora difficile per lei gestire quelle situazioni così intime come il risveglio insieme. Sbuffò spazientita con sé stessa, possibile che non riuscisse a rilassarsi con il proprio ragazzo?
    - Vuoi dormire ancora un po’? – Chris aveva preso a carezzarle piano la schiena – Non dobbiamo andare in ufficio, se vuoi vado a comprare la colazione mentre tu riposi ancora.
    - Ma la vuoi smettere? – Isabel si tirò su di scatto aggrappandosi al lenzuolo che usava per coprirsi come poteva.
    - Smettere di fare cosa? – Reid la guardò stupito di quella reazione.
    - Di essere sempre così maledettamente gentile – sbuffò ancora e tirò il lenzuolo per coprirsi meglio.
    Chris per tutta risposta scoppiò a ridere e si mise a sedere a sua volta. La circondò con un braccio e le baciò il naso.
    - Eccola qui, la mia piccola peste scontrosa – sorrise carezzandole una guancia – No, non la smetto di essere “così maledettamente gentile”. Voglio solo coccolarti un po’, cosa c’è di male?
    - Non mi piace, ecco cosa c’è di male – si girò bruscamente per evitare di perdersi in quei due occhi verdi che la fissavano divertiti – Non ho bisogno di quel genere di premure, non sono una donzella in difficoltà e tu non sei il principe azzurro sul cavallo bianco.
    - Per fortuna! Preferisco una donna vera – la costrinse a girare la testa e la baciò – Doccia?
    - Preferisco farla da sola – il tono era meno acido.
    Afferrò la maglietta che teneva sotto il cuscino e la indossò. Lasciò il letto e si diresse sicura verso la porta. Non sapeva neanche lei come, si ritrovò stretta contro la parete mentre il corpo caldo di Chris le premeva contro. Chiuse gli occhi turbata dalla vicinanza di lui, incapace di gestire tutte quelle sensazioni che il contatto fra i loro corpi le procurava.
    - Isabel – la voce roca di lui la fece sussultare – Smettila di giocare.
    - Non sto giocando – le tremava la voce.
    Chris la afferrò per i polsi e la costrinse a girarsi. Aveva un sorriso soddisfatto stampato sulle labbra mentre le tirava su le braccia fino a poggiare le mani di lei sul suo petto. Lentamente allentò la presa e fece scorrere le mani lungo quelle esili braccia bianche fino ad afferrarle le spalle.
    - Ricordati che tu sei mia – dicendo così tornò a baciarla con passione.
    Irons era senza fiato e completamente intontita da quel bacio. Aprì lentamente le palpebre avvertendo l’indice del ragazzo disegnarle i contorni delle labbra. Lui continuava fissarla in attesa di qualcosa.
    - Do… doccia – riuscì in fine a balbettare lei.
    - Questa è la mia ragazza – aveva vinto di nuovo.

    Sbatté l’anta del frigo e si girò come una furia.
    - Faccio il letto, mi vesto e usciamo – annunciò tornando in salotto.
    - Frigo vuoto? – ironizzò Chris alzando un sopracciglio.
    - Mpf.
    Il ragazzo si alzò e la prese fra le braccia, cullandola dolcemente. Le posò un bacio fra i capelli e poi li scostò per guardarla in viso.
    - Ecco il programma: tu rifai il letto, io esco e procuro il cibo come gli uomini delle caverne. Dopo andiamo a fare la spesa e riempiamo quell’ingordo frigorifero che non ne vuole sapere di trattenere il cibo.
    - Lo stai facendo di nuovo – Isabel corrugò la fronte contrariata.
    - Cosa?
    - Mi tratti come una donzella in difficoltà.
    - Ti tratto come la mia principessa, è diverso – le fece l’occhiolino e uscì chiudendo piano la porta.
    Isabel si catapultò in camera da letto e cominciò a togliere le lenzuola strattonandole. Era nervosa e agitata, tutta quella faccenda la metteva di cattivo umore. Raggomitolò tutto in un fagotto e poi lo scaraventò per terra con tutta la rabbia che aveva.
    Aprì con malagrazia l’armadio ed esaminò spassionatamente il contenuto di quest’ultimo. Jeans, giacche sportive, tailleur che non aveva mai messo… niente, non aveva niente da mettersi. Chiuse le ante con violenza e si mise a sedere sul materasso rimirandosi i piedi nudi.
    Sentiva che le lacrime stavano per arrivare e si buttò all’indietro sul letto. Come diavolo aveva fatto a farsi convincere? Una cena in famiglia, una cosa semplice… semplice un corno! Ci sarebbe stata anche la Strauss, prozia di Chris ed ex capo sezione, Lizzy e Jack, i coniugi Reid, le gemelle Crystal e Susan. Per non parlare del fatto che non sarebbe stata una tranquilla cenetta in casa, no troppo facile. Da Carlo’s! Uno dei locali più eleganti della città.
    Già si immaginava la scena. Lei che entrava con una gonna al ginocchio, una camicia bianca e la sua aria insignificante al braccio di Chris. Belle ed eleganti ragazze sedute al bar che guardavano la scena e sghignazzavano, pensando che lei fosse la sorellina scema dello strafigo di turno. Cavoli!

    Quando Chris tornò, la lavatrice era in funzione e le lenzuola erano state cambiate. Isabel si era ricomposta e vestita con i soliti jeans e maglietta. Era seduta al tavolo della cucina con lo sguardo perso nel vuoto e un’aria da funerale.
    Reid posò il bicchiere di carta con il caffè davanti a lei e poi aprì la confezione di ciambelle. Si mise a sedere ostentando una calma epocale e cominciò a sfogliare il giornale. Sapeva che quando Isabel era di quell’umore era meglio non darle spago, altrimenti l’avrebbe impiccato.
    - Io stasera non vengo – tono piatto da parte di lei.
    - Come? – Chris aveva rischiato di rovesciarsi il caffè addosso per la sorpresa – Ne stiamo parlando da settimane ormai.
    - No, tu ne stai parlando da settimane – precisò lei continuando a guardare nel vuoto – Io non vengo, non me la sento.
    - Posso chiederti perché? – posò il giornale e incrociò le braccia sul tavolo attendendo una risposta.
    - Sarebbe imbarazzante – preferiva giocare sul sicuro, non voleva dirgli la verità.
    - Perché? Conosci già la mia famiglia. Persino zia Erin ti conosce, anche se il vostro primo incontro non è stato dei più… ehm…
    - Ci ha beccati mentre stavamo per baciarci, non credi che sia un buon motivo per sentirsi in imbarazzo?
    - Figurati, lei è stata la prima a buttarla sullo scherzo quando ne abbiamo riparlato.
    - Parli di me con loro?
    - Sei la mia ragazza, è normale che io parli di te alla mia famiglia.
    - Io non vengo, punto.
    - Tu vieni, punto! – Reid picchiò la mano sul tavolo e si alzò visibilmente irritato – Ti passo a prendere stasera alle sette e mi aspetto di trovarti pronta. Fine della discussione.
    - Perché l’ultima parola deve essere sempre la tua? – Isabel continuò a fissare la cucina davanti a sé.
    - Sei solo di malumore, come quasi tutte le mattine. Vedrai che nel pomeriggio di passa. Ci vediamo dopo – le baciò la fronte e uscì prima che lei potesse ribattere.
    Irons sospirò rassegnata, quella poteva essere la fine della loro storia. Se lui fosse passato a prenderla e lei non si fosse fatta trovare, lui si sarebbe arrabbiato. Se gli avesse telefonato dicendogli di non sentirsi bene, lui l’avrebbe trascinata di peso. Se lei fosse andata, lui si sarebbe reso conto di quanto ridicoli fossero insieme. Per lei sarebbe stato comunque game over.
    Svuotò il caffè nel lavandino e si decise a spostarsi in salotto. Si rannicchiò sulla sua poltrona preferita e cominciò a fissare un punto della parete. Se il telefono avesse squillato… se fosse stato necessario il loro intervento in qualche cittadina anonima del Paese. Ma sapeva che i miracoli non succedono e che doveva trovare il modo di risolvere la situazione da sola.
    Ma come? Come sarebbe riuscita a sopravvivere a quella serata?

    Continua…

    Mi raccomando: commentate^^
     
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    Capitolo II. This is real life

    Alla fine si era decisa, se proprio doveva subire quell’umiliazione preferiva farlo come se stessa. Le era balenata in testa l’idea di chiamare Kathy o, addirittura, Elizabeth e farsi aiutare. Si era detta che magari con un vestito nuovo, un salto dal parrucchiere, un po’ di trucco… Stupidaggini! Lei non era così e non lo sarebbe mai stata, se doveva affrontare quella serata l’avrebbe fatto nei suoi panni.
    Erano quasi le sette, Chris sarebbe arrivato a momenti. Cominciava a pentirsi di non avere chiamato qualcuno in soccorso, mentre si guardava spassionatamente allo specchio. Aveva optato per una camicetta di raso color lilla e una gonna dritta che le arrivava al ginocchio; e per completare l’opera un paio di scarpe basse con pochissimo tacco. Aveva fermato i capelli con delle mollette, lasciandoli sciolti sulla schiena, e, come al solito, niente trucco, neanche un po’ di lucida labbra.
    Poggiò una mano tremante sullo specchio, mentre l’immagine che questi gli restituiva era quella di una ragazza come tante. Non brutta, non bella, semplicemente una ragazza anonima. Ricacciò in dietro le lacrime e si impose di non pensare a quanto fossero belle Elizabeth e Kathy. Loro si che avrebbero fatto un figurone entrando in quel ristorante alla moda.
    Sentì il campanello suonare e si avviò verso la porta con passo funebre. Quella sera, per la prima volta, Chris avrebbe guardato altre ragazze davanti a lei. Ragazze belle e desiderabile, eleganti nei loro vestiti firmati e con le chiome perfettamente acconciate. Non avrebbe potuto fare niente per evitarlo, le trasformazioni alla cenerentola esistevano solo nei film e quella era la dura realtà.
    Non ci sarebbe stata la fata turchina ad aiutarla, trasformando i suoi vestiti in uno splendido abito e trasformando lei in qualcosa che non era e non sarebbe mai stata. Sospirò e si decise ad aprire la porta. Reid era impeccabile nel suo completo scuro, i capelli lunghi stavano disciplinatamente dietro le orecchie e gli occhi verdi mandavano una luce particolare.
    - Sei pronta? – le regalo uno dei suoi “famosi” sorrisi smaglianti.
    - Prendo il cappotto – rispose lei passiva.
    - Sei bellissima, sai? – la prese per la vita e le baciò i capelli.
    - Sì, certo, come no – niente tono acido, era solo rassegnata – Andiamo o faremo tardi.
    Almeno che non si dicesse che non era un tipo puntuale.
    Chiuse la porta e si allontano dal suo rifugio sicuro. Mentre erano in macchina, continuò a sperare in una calamità naturale. Un terremoto, un ciclone, qualsiasi cosa impedisse quella cena. Mentre si fermavano davanti al locale, chiuse gli occhi e cercò di farsi coraggio.

    Come entrarono, Chris le afferrò la mani in un gesto di possesso. Storse la bocca contrariata, aveva già notato il folto gruppo di avvenenti ragazze che stazionavano nel bar. Sperò che il maître li facesse accomodare subito al tavolo. Dalla sala sarebbe stato più difficile per lui ammirare quelle bellezze.
    E come sempre il destino ce l’aveva con lei. L’uomo dai baffetti curati li mise al corrente che per sedersi dovevano aspettare che ci fossero tutti e che nel frattempo potevano accomodarsi al bar. Perfetto! La serata non era neanche cominciata e già si preannunciava disastrosa.
    Si voltarono entrambi sentendo una voce famigliare che li chiamava.
    - Ehi! Ciao Chris – Hotch gli stava andando incontro, proveniente dal bar – Irons, stasera sei bellissima.
    - Ciao Jack – Chris lo salutò con un’affettuosa pacca sulla spalla.
    Isabel nel frattempo si stava esibendo in una delle sue più riuscite espressioni ironiche. “Sei bellissima – pensò – Certo, come no! Una vera miss. Mi chiedo perché invece di venire qui non mi sia presentata ad un concorso di bellezza”.
    - Ci vogliamo accomodare al bar? – Chris le prese nuovamente la mano e lei fu trascinata, suo malgrado, verso la tana del lupo.
    Era presente anche Elizabeth, inappuntabile come sempre, forse anche più bella del solito a giudicare dagli sguardi ammirati di certi uomini. Ci furono i saluti di rito e poi si avviarono tutti e quattro per prendere un drink. Gli sgabelli erano tutti occupati, ma fortunatamente c’era un tavolo vuoto. Gli uomini si avviarono verso il bancone, mentre le ragazze rimasero sedute.
    - Stasera sei veramente carina – Lizzy sfoggiò il sorriso smagliante tipico della famiglia Reid – Sono contenta che alla fine Chris ti abbia convinto.
    - Convinto? Direi che mi ha preso in ostaggio, forse questo è più vicino alla realtà – Isabel non la guardava neanche, tutta prese ad osservare il suo uomo fermo al bancone circondato da donne molto eleganti – E ti prego di smetterla con questa panzana del “quanto sei carina stasera”, sappiamo entrambe qual è la verità.
    Lizzy sollevò un sopracciglio incuriosita dal tono amaro dell’altra.
    - E quale sarebbe questa verità?
    - Eccole lì, le ragazze carine – rispose Irons indicando con il mento due bionde provocanti.
    - Tesoro – Elizabeth le poggiò una mano sul braccio – guarda che tu a Chris piaci esattamente come sei, non ti dovrebbe interessare quello che pensano gli altri.
    - Bisogna vedere se alla fine della serata sarà ancora così… - guardò l’orologio per non vedere una mora formosa che sorrideva invitante a Chris – Speriamo che gli altri si sbrighino.
    - Hai fame?
    - Sì – mentì spudoratamente, da quando aveva messo piede lì dentro sentiva lo stomaco chiuso.
    Reid e Hotch tornarono al tavolo con i drink, ridendo fra loro per chissà cosa. Appena poggiarono i bicchieri sul tavolo, Lizzy si alzò di scatto.
    - Noi ci assentiamo un momento – si rivolse alla bionda seduta vicino a lei – Andiamo?
    Eccolo là! Un altro stupido rituale che Isabel non aveva mai capito. Capatina al bagno da parte delle donne, sempre rigorosamente in coppia. Si alzò di malavoglia e seguì la sorella del suo ragazzo. Si consolò pensando che almeno avrebbe avuto un attimo di respiro lontana da quell’ambiente che non le era famigliare.

    Rimase imbambolata a guardare la toilette. Sembrava presa da una di quelle irritanti soap-opera che guardava Kathy. Divanetto centrale, lavandini in marmo, specchi dorati… decisamente non era il suo ambiente. Elizabeth invece si muoveva sicura in quel posto e sembrava totalmente a suo agio. Isabel la spiò di sottecchi. Indossava un vestito da cocktail marrone scuro, corredato da scarpe in tinta dal tacco vertiginoso, i capelli erano lasciati sciolti e si raccoglievano in splendidi boccoli neri.
    Si impose di smetterla di osservarla, altrimenti la sua autostima sarebbe scesa ancora. Tirò su la testa di scatto guardandosi allo specchio e si chiese ironica quando mai la sua autostima fosse stata a livelli accettabili. Si rispose che si sentiva all’altezza della situazione solo sul lavoro, dove non contava l’aspetto fisico o l’eleganza, ma il cervello e la preparazione.
    - Sai, io ti invidio – Lizzy si stava tranquillamente lavando le mani.
    - Tu invidi me? – Irons era sbalordita.
    - Perché fai quella faccia. Sei un’ottima profiler e non ho mai sentito i miei genitori cosi entusiasti di qualcuno in ambito lavorativo – sospirò mentre si asciugava le lunghe dita affusolate – Deve essere bello essere brava nel proprio lavoro.
    - Beh, anche tu una volta laureata potrai sentirti realizzata sul lavoro. Chris mi ha detto che hai già ricevuto diverse offerte – continuava a sbattere le palpebre, le sembrava impossibile avere quel genere di conversazione con una ragazza come Lizzy.
    - Sarà… per il momento mi sto concentrando sui preparativi del matrimonio. A proposito, ti andrebbe di farmi da damigella?
    - IO? – decisamente era la serata del “prendiamo in giro Isabel”.
    - Non ho molte amiche e poi Chris fa da testimone a Jack, mi sembra l’ideale.
    - Ma le tue sorelle?
    - Jack avrà quattro testimoni, quindi io avrò quattro damigelle – Elizabeth le sorrise di nuovo – Crystal e Susan mi ucciderebbero se non glielo facessi fare. Poi ci sei tu.
    - E la quarta? – era veramente curiosa.
    - Meredith, la mia migliore amica. Tu l’hai conosciuta?
    - No, non credo. Perché dovrei conoscerla?
    - E’ la figlia di Emily e Derek. Abbiamo la stessa età e siamo cresciute insieme.
    - Capisco.
    - Sarà meglio andare, altrimenti Chris crederà che io ti abbia rapita.
    Pensò che magari qualcuno l’avesse rapita veramente… si sarebbe risparmiata quel supplizio.

    Continua…
     
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    Capitolo III. The other side

    Non capiva l’atteggiamento di Isabel nei confronti di quella stupida cena. Aveva fatto mille storie per accettare e ora se ne usciva che non voleva venire. Assurda! Quella ragazza molte volte era totalmente assurda.
    Un sorriso gli arricciò gli angoli delle labbra. Era testarda e imprevedibile, ma lui adorava questo lato del suo carattere. Era una battaglia per ogni più piccola cosa. La cena di famiglia era solo l’ultima di un lungo elenco di cose che aveva dovuto sudarsi.
    Si preparò a suonare il campanello, ma prima fece un profondo respiro e cercò di calmarsi. Quando aveva proposto la cena a Isabel era convinto che si sarebbe trattato di una delle solite riunioni di famiglia a casa dei suoi, invece loro avevano scelto Carlo’s, uno dei ristoranti più eleganti di Washington D.C.
    Che ci fosse anche la prozia Erin significava che era qualcosa di più di una semplice cenetta in famiglia. Sicuramente il fatto che Lizzy stesse per sposare quella piaga di Jack c’entrava qualcosa. Conosceva bene quel posto, prima di conoscere Isabel quello era stato il suo territorio di caccia preferito. Il bar pullulava sempre di belle ragazze disponibili. Rabbrividì temendo che qualcuna delle sue vecchie “conquiste” fosse presente quella sera.
    Si autoimpose la calma. In fin dei conti Irons sapeva tutto del suo passato da sciupafemmine, o meglio quasi tutto. Suonò deciso il campanello, era inutile pensarci adesso. Sicuramente presentandosi già accoppiato avrebbe stroncato sul nascere qualsiasi tipo di approccio da parte di qualche vecchia conoscenza.
    Si era aspettato di dover litigare con la sua ragazza quella sera. Non sapeva perché, era convinto che lei fosse ricorsa al parrucchiere e al trucco pesante, nonché ad una capatina in qualche boutique. Invece eccola lì, in tutta la sua naturale semplicità. Gli sorrise contento, voleva uscire con lei, non con una bambolina da non sciupare.
    Le fece i complimenti di rito e le baciò i capelli. Forse non sarebbe stata una brutta serata, cominciava a pensare che tutto sarebbe filato via liscio come l’olio. Forse…

    Appena entrati nel ristorante, afferrò la mano di Isabel come se fosse la sua ancora di salvezza. Guardando verso il bar, l’aveva vista seduta ad uno degli sgabelli, bella ed elegante come sempre. Pericolosa come un serpente esotico.
    Aveva cercato di ignorarla dirigendosi a passo sicuro verso il maître, doveva evitare di incrociarla e tutto sarebbe andato bene. Forse lei neanche si sarebbe degnata di guardarlo, ma non se la sentiva di rischiare, non con Irons lì con lui.
    Alla risposta negativa dell’uomo con i baffetti sentì un moto di stizza, il suo disagio si accentuò quando quel piccolo indisponente consigliò loro di aspettare al bar che anche gli altri arrivassero. Strinse la mano della sua ragazza, non voleva che quelle due si incontrassero. Lei era un tipo imprevedibile e vendicativo, meglio evitare scenate quella sera.
    Sospirò di sollievo alla vista di Jack e si sentì al sicuro sapendo che c’era anche Lizzy. Non si sarebbe avvicinata con tutte quelle persone intorno a lui, non era il tipo.
    Quando arrivò il momento di avvicinarsi al bancone, prese l’iniziativa e fece in modo da posizionarsi il più lontano possibile dalla probabile fonte di guai della serata. Jack non sembrò fare molto caso ai suoi movimenti per evitare la mora formosa in abito rosso che sorrideva ammiccante.
    Attendevano le ordinazioni quando due ragazze bionde si avvicinarono con fare seducente. Decisamente il genere che Chris gradiva prima di mettere la testa a posto, belle, eleganti e decise a divertirsi. Sbuffò spazientito mentre si voltava dall’altra parte, cercando di evitare gli sguardi invitanti di quelle due, che evidentemente cercavano compagnia.
    - Non vorreste offrire da bere a due ragazze assetate? – la più sfacciata delle due aveva puntato Reid e non sembrava intenzionata mollare la preda.
    - Le abbiamo già, due ragazze assetate – rispose stizzito all’indirizzo delle due – Due vere signore, quindi se permettete…
    Le oltrepassò seguito da uno sghignazzante Hotch, che continuava a scuotere la testa.
    - Qualcosa mi dice che fino a poco tempo fa non avresti esitato ad accontentare le belle signore…
    - Che vuoi che ti dica? Io e te ormai siamo fuori gioco. Oppure vuoi provare a far arrabbiare la tua futura moglie? – Chris si girò verso di lui con uno sguardo malizioso – Se ci tieni alla tua virilità e vuoi conservarla dove si trova, io non mi azzarderei a gesti inconsulti.
    - Potrei dare lo stesso consiglio a te. Non conosco bene Irons, ma non mi sembra un tipo che passa sopra a certe cose…
    I due scoppiarono a ridere mentre si avvicinavano al tavolo occupato dalle due ragazze.
    - Siamo fregati, socio – rispose Reid, facendo l’occhiolino al suo amico.

    Suo nonno e la zia Erin erano appena arrivati, mentre loro aspettavano ancora il ritorno delle ragazze dalla toilette. Chris si guardava in torno, cercando con gli occhi un vestito rosso, lungo e sensuale. Corrugò la fronte, vedendo uno scampolo di stoffa rossa dirigersi verso i bagni.
    Senza pensare, si alzò di scatto e si scusò con i presenti. Doveva evitare quell’incontro a tutti i costi, non voleva pensare a cosa si sarebbero potute dire. La mora avrebbe sicuramente raccontato una versione della storia ad uso e consumo di Isabel.
    Riuscì ad afferrare il braccio della ragazza mora prima che questa potesse infilarsi nella porta della toilette delle donne. La fece voltare con prepotenza e la guardò con occhi freddi come il ghiaccio.
    - Christopher, che sorpresa – disse lei, che non era minimamente impressionata da quello sguardo glaciale – Pensavo che mi avresti evitato per tutta la sera.
    - Vedi di darti una regolata, mia cara – non mollava la presa sul braccio di lei – Non so che intenzioni tu abbia, ma ti avverto…
    - Cosa? Non vuoi che incontri la biondina che ti sei trascinato dietro – uno sguardo divertito attraversò gli occhi blu della donna – Non mi dire che fai sul serio con la mocciosa. Ti conosco bene, tu non sei fatto per quel genere di relazioni e lei non è decisamente il tipo che possa intrigarti a lungo.
    - Smettila, Desiré. Non ti azzardare a fare o dire niente – Chris era nervoso – Credevo di essere stato chiaro l’ultima volta, la mia vita non è un affare che ti riguarda.
    - Come preferisci, stallone – un sorriso invitante le distese le morbide labbra rosse.
    Reid finalmente lasciò la presa, non era sicuro che Desiré si sarebbe tenuta alla larga da Isabel ma non poteva fare altro se non sperare che la mora trovasse qualcosa di più “divertente” a cui dedicare la sua attenzione. La donna, appena libera, si voltò verso i bagni con un sorrisetto malizioso sulle labbra e fece per tornare al bancone del bar. Come ripensandoci tornò indietro e scrutò Chris, guardandolo direttamente negli occhi.
    - Se lei ti dovesse annoiare, sai dove trovarmi – dicendo così lo carezzò in maniera eloquente al cavallo dei pantaloni.
    - Falla finita – scostò il braccio di lei bruscamente e si passò una mano fra i capelli – Tornatene al bar e cerca qualcuno con cui spassartela, oppure, se preferisci, vattene all’inferno. Qualsiasi cosa tu decida di fare ricordati solo che se ti avvicini a lei te la farò pagare. Chiaro?
    - E’ sempre un piacere vederti, stallone – gli fece l’occhiolino e tornò composta verso la sala.
    Reid sospirò rincuorato, aveva evitato il peggio o almeno così credeva. Ebbe la netta sensazione di essere osservato, si girò e gli sembrò di vivere un incubo.
    Isabel era ferma sulla porta del bagno e lo guardava sbigottita, visibilmente ferita da quello che aveva visto. Aprì la bocca e allungò una mano verso di lei, che si ritrasse e continuò a guardarlo.
    Lizzy le poggiò una mano sulla spalla e le sussurrò all’orecchio di non fare scenate. La prese sotto braccio e la riaccompagnò verso il tavolo.
    - Mi hai profondamente deluso – mormorò al fratello mentre gli passava accanto.
    Evidentemente si era sbagliato. Non era andato tutto liscio come l’olio, Isabel aveva visto quella scena fra lui e la formosa mora e chissà che conclusioni ne aveva tratto. Persino sua sorella sembrava averlo condannato senza appello.
    Cos’altro poteva andare storto?

    Continua…
     
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    Capitolo IV. Before the storm

    Per tutta la sera Isabel cercò di evitare lo sguardo di Chris. Partecipava alla conversazione in modo discontinuo, la testa altrove. Continuava a rivedere quella donna che toccava la patta dei pantaloni di Reid, quella scena le si era piantata nel cervello in modo ossessivo.
    La serata sembrò scivolare via senza ulteriori scossoni, sebbene gli altri commensali avessero percepito la tensione fra i due ragazzi. Si avviarono tutti insieme all’uscita e si salutarono cordialmente.
    Collins strinse la ragazza in un abbraccio e la scostò da se con un sorriso.
    - Spero che tu sia stata bene, mi aspetto di vederti alla prossima cena di famiglia – le carezzò una spalla.
    - Grazie, professoressa – la ragazza evitò il contatto visivo.
    - Ti prego, smettila con quella professoressa. Ormai non sei più una delle mie allieve.
    Spencer si avvicinò e passò una mano intorno alla vita della moglie. Sorrise a Isabel e le strinse la mano.
    - E’ stato un vero piacere averti con noi. Venerdì prossimo organizziamo una cena a casa nostra, spero che ti unisca anche tu.
    - Grazie per l’invito – cercava di non impegnarsi troppo, non era sicura che la settimana dopo lei e Chris sarebbero stati ancora una coppia.

    Il tragitto dal ristorante a casa fu silenzioso, nessuno dei due voleva fare la prima mossa. Christopher continuava a lanciarle occhiate preoccupate, ma non osava chiederle qualcosa. Stava parcheggiando davanti casa di lei e spense il motore.
    Isabel aveva messo una mano sulla maniglia, ma non sembrava intenzionata a scendere. Chris decise che era arrivato il momento di chiarirsi. Posò la mano su quella della ragazza e la strinse piano.
    - Isabel, io non so cosa tu abbia visto o abbia creduto di vedere – le parole gli uscivano come macigni, scosse la testa cercando di chiarirsi le idee – Credo che dovremo parlare…
    - Di cosa? – la voce di lei non tradiva la minima emozione – Del fatto che quella donna ti abbia fatto delle avances molto esplicite? O del fatto che sembrava vi conosceste molto bene?
    - Possiamo parlarne con calma? Magari a casa tua? – tentava di essere conciliante.
    - Va bene, sali – lei si ostinava a non guardarlo.

    Reid sedeva rigido sul divano, mentre Irons era in piedi e guardava fuori dalla finestra. Erano entrambi tesi.
    - Quella donna… - esordì Chris.
    - Ce l’ha un nome oppure non vi siete presentati? – tono acido, voleva litigare per scaricare la frustrazione.
    - Desiré. Si chiama Desiré – chiuse gli occhi e sospirò – L’ho conosciuta circa un anno fa. Come hai potuto notare tu stessa, è molto… “disinvolta”.
    - C’è un termine molto più appropriato… comincia con la p – lei era astiosa.
    - Sì, probabile. Comunque sai com’era la mia vita prima che ci conoscessimo.
    - Quindi è una delle tue vecchie fiamme? Una notte e via? – un barlume di speranza.
    - No, non esattamente. Lei ti direbbe che stavamo insieme… anche se diamo al termine significati diversi.
    - Cioè? – ora era veramente arrabbiata – Non esistono significati diversi, se stai con una persona ci stai e basta!
    Lui aveva sempre insistito su un punto: lei era la prima con cui aveva una relazione stabile ed ora se ne usciva fuori che prima aveva frequentato quella mora formosa e sfrontata. Si chiese quante altre bugie le avesse detto.
    - Non era un rapporto monogamo, da nessuna delle due parti – si passò una mano sugli occhi, era stanco – Abbiamo tirato avanti sei mesi, tra alti e bassi. Eravamo tutte e due coscienti del fatto che non era niente di serio, che ci limitavamo a fare sesso insieme.
    - Tu non eri quello da una botta e via?
    - Lei… sa come stuzzicare la fantasia di un uomo – era difficile trovare le parole – Sessualmente è molto disinibita e…
    - Ci sa fare – Isabel finalmente si staccò dalla finestra per voltarsi verso di lui – Ti manca?
    - Non essere assurda! – Chris scattò in piedi – Non c’entra niente con noi, è qualcosa di completamente diverso.
    - In che modo è diverso? Non era la tua ragazza? – lo sguardo di lei trasudava odio.
    - No, non era la mia ragazza. Era un passatempo quando non avevo niente di meglio da fare. Te l’ho detto: non era un rapporto monogamo.
    Si avvicinò a lei e l’afferrò per le spalle tirandola a se.
    - Ti amo, non so più come fartelo capire. Lei non significa niente.
    - Eppure stasera sembrava intenzionata a ricominciare da dove avevate lasciato. Se non eri interessato, perché non sei rimasto al tavolo?
    - L’avevo vista dirigersi verso i bagni e…
    - Avevi paura che parlassimo?
    - Quando ho chiuso con lei, mi ha detto che me l’avrebbe fatta pagare. Che nessuno la lasciava, che era lei che chiudeva le storie.
    - Quindi?
    - Avevo paura che ti desse una versione della storia un po’ riveduta. Quando le ho detto di girare alla larga, non mi è piaciuto come si è voltata a guardare la porta della toilette. Sapevo che voleva entrare per combinare qualche casino, come al suo solito.
    Si guardarono a lungo. Cercavano negli occhi dell’altro la risposta alle loro domande.
    - Ti credo – disse infine Isabel – Ci sono altre donne con cui hai avuto quel genere di relazione?
    - No – lui sorrise – Come hai detto tu, io ero quello da una botta e via.
    - E ora? – gli posò le mani sul petto.
    - Sono fuori dal mercato. Ho trovato quello che cercavo.
    Si chinò per baciarla e stringerla a se. Fu un bacio lento, delicato, mentre con una mano le carezzava piano la schiena. Lei cominciò ad armeggiare con la cravatta di lui, irruenta e smaniosa. Chris le afferrò le mani e la guardò negli occhi.
    - Piano, non c’è fetta.
    Lei lo guardò dubbiosa, di solito a quel punto si strappavano i vestiti di dosso reciprocamente. Allora perché lui l’aveva fermata? Non voleva fare sesso con lei?
    - Lascia fare a me, stavolta – le disse mentre cominciava a baciarle la guancia per poi scendere lentamente sul collo.
    Isabel chiuse gli occhi e decise che in fin dei conti poteva anche lasciarlo fare.

    Aveva la testa appoggiata sul torace di lui e poteva sentire il cuore di Chris che rallentava la sua corsa. Era completamente abbandonata e rilassata.
    Sorrise pensando che era la prima volta che non doveva preoccuparsi di riattaccare qualche bottone o di dover buttare via le mutandine dopo il passaggio del suo uomo. Per una volta la passione e la fretta erano state accantonate.
    Era stato lento e delicato. Carezze, baci gentili, parole bisbigliate. Sentiva la pelle d’oca al solo ricordo di come era stato tutto così dolce. Lui era stato premuroso e l’aveva guardata negli occhi per tutto il tempo.
    Sentì la mano di lui scorrere lentamente sulla sua schiena e allora fece scivolare il suo braccio fino a stringerlo. Si accoccolò ancora di più contro il suo “dio greco”, che riusciva a farla sentire sempre un po’ speciale.
    - Stai bene? – ancora premuroso.
    - Mai stata meglio – si lasciava cullare dal suono del cuore di lui che batteva.
    - Mi piace stare così.
    - Così come?
    - Con solo te addosso.
    Delicatamente Isabel si tirò su, fino a sdraiare il suo esile corpo su quello possente e muscoloso di lui.
    - Intendi così? – chiese maliziosa.
    Lui le sorrise e le scosto i capelli dal viso, con una carezza delicata. Poi fece pressione sulla nuca per farle appoggiare la fronte contro la propria.
    - Non sono mai stato così bene con nessuna – al nominare le altre sentì il corpo di lei irrigidirsi leggermente – Sai perché?
    - No, perché? – si scostò per guardarlo negli occhi.
    - Ti amo, Isabel. Tu sei l’unica.
    E allora perché si sentiva come se tutto stesse per finire? Cos’era quel brutto presentimento?

    Continua…
     
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    Capitolo V. Absence

    Fu svegliata dal sole che le batteva sulle palpebre. Si girò allungando una mano e trovò l’altra metà del letto vuota. Si tirò su di scatto, Chris aspettava sempre che lei si svegliasse prima di alzarsi e il fatto di non trovarlo le fece provare un’inquietudine strana.
    Sul cuscino di lui era poggiato un biglietto che lei si affrettò a leggere:
    Dormivi così bene che non me la sono sentita di svegliarti.
    Sai che gli uomini preistorici, per guadagnare i favori delle proprie donne, andavano alla ricerca di cibo?
    Beh, in fin dei conti non ci siamo evoluti poi tanto. Il frigorifero è ancora vuoto, quindi vado a fare la spesa.
    Prometto di portarti caffè e ciambelle.
    Ti amo
    Chris

    Stava di nuovo giocando al cavaliere che soccorre la donzella in difficoltà, ma la cosa non la infastidiva… almeno non dopo la notte appena trascorsa. Abbracciò il guanciale che lui aveva lasciato libero e vi affondò il viso. Sentiva ancora l’odore di Chris e la cosa la fece sentire bene ed in pace con il resto del mondo.
    Decise di alzarsi e rifare il letto prima che lui tornasse. Si ritrovò suo malgrado a canticchiare mentre sbrigava le faccende di casa, quando se ne accorse si fermò stupita e si guardò allo specchio.
    “Cavolo, Isabel! Da quando in qua di metti a cantare? E da quando hai quel sorriso ebete stampato in faccia?” Il sorriso si allargò ancora di più “Beh, mia cara, queste cose succedono da quando Chris è nella mia vita”.
    Decise di aspettare lui per farsi la doccia. Anche se faceva sempre un sacco di storie e cercava di infilarsi in bagno da sola, adorava quando lui le insaponava la schiena o le lavava i capelli. Si disse che la vita era fatta di piccoli piacere, perché negarseli?
    Si accomodò sulla poltrona e si mise ad aspettare pazientemente che il suo uomo tornasse.

    Camminava nervosa su e giù per il salotto con il telefono in mano.
    - L’utente da lei chiamato non è al momento…
    Attaccò stizzita. Guardò di nuovo l’orologio, mezzogiorno. Chris ormai era fuori da ore e non rispondeva al cellulare. Cominciava ad essere preoccupa. Improvvisamente il telefono nelle sue mani cominciò a suonare e lei rispose agitata.
    - Chris! - gridò speranzosa.
    - Ehm… veramente sono Jack – rispose la voce del collega – Stavo cercando Reid, ma ha il cellulare staccato. Pensavo fosse con te…
    - No, è uscito a fare la spesa. Jack? Sono preoccupata, non è da lui sparire così.
    - Tu resta a casa, io vado a cercarlo.
    - Magari ha trovato traffico, oppure c’era molta gente al supermercato – non ci credeva neanche lei – Gli si sarà scaricata la batteria.
    - Sì, forse – Jack cercava di essere rassicurante – Non preoccuparti, lo trovo e te lo riporto tutto intero… così poi lo fai a pezzi tu.
    - Spiritoso! – Jack riusciva sempre a strapparle un sorriso – Tieni informata.
    Riattaccò e si mise a sedere. Cercava in tutti i modi di calmarsi, dandosi spiegazioni logiche e rassicuranti per quell’assenza da parte di Chris.
    Prentiss continuava a picchiettare nervosamente sulla scrivania. Erano tutti radunati nel suo ufficio in attesa di notizie. Erano ormai le sette di sera e Chris era irreperibile da troppo tempo.
    Puka continuava la sua ricerca fra ospedali e obitori. JJ continuava farsi scrocchiare le nocche, segno che era nervosa e sulla soglia della rottura. Jack da parte sua si era seduto vicino a Isabel e le aveva circondato lo spalle con un braccio, cercava di rincuorarla con scarsi risultati.
    “Dove sei Chris?” Questa domanda continuava a rimbalzare nella mente di Irons, sovraccarica di pensieri e di angosce. Sentiva che era successo qualcosa di brutto e non sapeva come reagire. Ufficialmente lei e Chris erano solo colleghi, quindi doveva cercare di trattenersi, ma intimamente si sentiva morire.
    I genitori e le sorelle di Reid erano stati rimandati a casa, nella speranza che lui si facesse vivo. Erano tutti traumatizzati, era molto tempo ormai che non si trovavano più in una situazione del genere. Prentiss continuava a sfoggiare una faccia da poker invidiabile, ma dentro stava ribollendo. Ricordava ancora troppo bene cosa era successo a Hotch senior. Il mietitore di Boston l’aveva aggredito brutalmente e la squadra non sapeva che si trovava in un ospedale in fin di vita.
    Come il telefono squillò, Emily rispose prontamente.
    - Agente supervisore Emily Prentiss – dal tono della voce non traspariva niente – Sì, effettivamente è uno dei miei agenti… Dove?... Perché?... Sto arrivando.
    La squadra fu subito intorno a lei, timorosi di sapere le novità.
    - Era la polizia di Washington, sezione omicidi – cominciò lei.
    - Mio dio! – Isabel si sentiva mancare il fiato.
    - Reid sta bene, ma è sotto custodia.
    - Cosa? – Jack sbarrò gli occhi – Come sotto custodia? Che diavolo sta succedendo?
    - E’ accusato di omicidio – precisò Emily.
    Il resto del team si guardò sbigottito e incredulo, uno di loro accusato di omicidio? Cosa diavolo stava succedendo?

    Il detective Lavigne era un tipo corpulento sulla cinquantina, incipiente calvizie e la pancia strabordante di chi beve troppa birra. Continuava a guardare Prentiss e il resto della squadra dall’alto in basso, mentre spostava uno stuzzicadenti da una parte all’altra della bocca.
    - Senta “signora”… - provò a cominciare.
    Emily lo fulminò con un’occhiata.
    - Agente Prentiss, prego – rimarcò il suo titolo cercando di incutere rispetto – La prego di non tergiversare. Mi avete contattato voi, dicendomi che uno dei miei uomini è sotto custodia accusato di omicidio. Quindi ripeto la domanda: cosa è successo?
    - Se proprio insiste – l’uomo tiro fuori dal taschino un taccuino elettronico e cominciò a spiegare – Stanotte è stata uccisa la signorina Desiré Johanson, ventisette anni, bella ragazza. Il corpo è stato rinvenuto nel vicolo dietro al ristorante Carlo’s… a quanto pare la donna si recava sovente in quel posto. Il signor Reid è stato visto discutere animatamente con la vittima poche ore prima dell’omicidio.
    - E questo secondo lei basta a mettere in piedi un’accusa di omicidio? – Jack era allibito – Solo perché hanno discusso, non vuol dire che…
    - Tze Tze… ora venite anche ad insegnarmi a fare il mio lavoro. Il suo amico ha fatto molto più che discutere con la vittima, l’ha minacciata davanti a tutti. Un testimone l’ha sentito dire, cito testualmente: “se ti avvicini a lei te la farò pagare”. Non so a voi dell’F.B.I. come sembri… a me sembra decisamente una minaccia.
    - Voglio parlare con l’agente Reid – Prentiss era decisa.
    - Non è possibile signora, lo stiamo interrogando.
    - Beh – intervenne Jack – Sa che io sono anche avvocato? Christopher Reid è un mio assistito adesso, quindi voi finite l’interrogatorio seduta stante!
    L’uomo grugnì contrariato, non sembrava il tipo che demorde facilmente. Squadrò il giovane che aveva davanti e sbuffò spazientito.
    - E ha anche l’abilitazione oltre al pezzo di carta? – rispose borioso.
    - Non so lui, ma io sì – si girarono tutti verso il nuovo arrivato.
    - Con chi ho il piacere? – dal tono si capiva che il detective era ironico.
    - Aaron Hotchner, sono il legale dell’agente Reid ed esigo di conferire immediatamente con il mio assistito – nonostante l’età Hotch sapeva ancora essere autoritario.
    - D’accordo – si arrese Lavigne – Mi segua.
    Hotch si girò verso il resto della squadra e annuì convinto.
    - Appena ho parlato con lui vi raggiungo.
    Tirarono tutti un sospiro di sollievo, meno Isabel che tirò la manica del tailleur di Prentiss.
    - Cosa c’è Irons? – chiese Emily ancora nervosa.
    - Potrei parlare in privato? – Isabel sembrava imbarazzata.
    - Non ora, pensiamo prima a Reid.
    - Proprio di questo dovrei parlarle – provò di nuovo Irons, ingoiò un paio di volte e poi tornò a parlare – Lui ha un alibi.
    - Era con te? – chiese Emily speranzosa.
    - Sì – ammise la ragazza diventando rossa.

    Continua…
     
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    Capitolo VI. Ridiculous

    Chris continuava a imporsi di non rispondere alle provocazione del detective seduto di fronte a lui. Si ostinava a guardarlo fisso ed a resistere alla voglia di passarsi una mano nei capelli, per non tradire il nervosismo che provava in quel momento.
    - Allora signor Reid? – riprese per l’ennesima volta l’uomo – E’ vero che lei ha minacciato la signorina Johanson?
    Il ragazzo esaminò spassionatamente l’uomo. Si era presentato come il detective Morelli. Un uomo basso e tozzo, dai lineamenti scolpiti, ma dal fisico ancora atletico. Sicuramente era più giovani di quanto lasciasse supporre il viso scavato. Lo avevano fermato mentre tornava a casa di Isabel, dopo aver fatto la spesa. Non gli avevano permesso neanche di fare una telefonata e si erano comportati come se il fatto di essere un agente federale fosse un motivo in più per sospettare di lui.
    - Voglio fare una telefonata.
    La scena si ripeteva identica dalla mattina. Il detective Morelli (o Lavigne quando gli dava il cambio) faceva una domanda e lui rispondeva chiedendo di fare una telefonata.
    - Perché tutta questa fretta, in fin dei conti è solo una chiacchierata, no?
    - Voglio fare una telefonata.
    - Ehi, ora mi hai stufato! Sai dire qualcos’altro o a Quantico vi insegnano solo a pretendere?
    - Voglio fare una telefonata.
    Il detective sbatté la mano sul tavolo, frustrato dal muro che si ritrovava davanti.
    - Ragazzo se non collabori la vedo brutta per te!
    La porta si aprì all’improvviso.
    - Ora basta! – Hotch prese subito in mano la situazione – Sono l’avvocato dell’agente speciale Reid e voglio conferire da solo con il mio cliente. E’ inammissibile che l’interrogatorio sia continuato nonostante lui avesse chiesto di fare una telefonata!
    Lavigne apparve alle spalle di Hotch e sbuffò all’indirizzo del collega.
    - Andiamo, questi due devono “conferire” – disse in tono ironico allontanandosi, seguito dal collega.

    - Hotch! Non sono mai stato così felice di vederti – Chris si prese la testa tra le mani, lasciandosi andare alla tensione accumulata fino a quel momento.
    - Cosa è successo? – Aaron si mise a sedere vicino a lui e cercò di abbassare la voce il più possibile.
    - Non ne ho la più pallida idea. Mi hanno fermato mentre mi trovavo in macchina, hanno spianato le pistole e mi hanno dichiarato in arresto per omicidio.
    - Ti hanno già accusato? – il più anziano era visibilmente stupito della cosa – Su che basi?
    - Ho litigato con la vittima poco prima del delitto – Reid alzò le braccia in segno di sconforto – Incredibile! Uno litiga con una ragazza e subito viene accusato di omicidio. Io non vado in giro ad uccidere la gente con cui ho un alterco.
    - Avete solo litigato? – ormai Hotch era entrato in modalità avvocato.
    - Veramente, no. L’ho minacciata – ammise Chris – Le ho detto che se si avvicinava a Irons gliel’avrei fatta pagare. Ma non intendevo certo…
    - Lo so – Aaron gli batte una mano sul braccio in segno di conforto – Lo so. Ti tireremo fuori di qui, vedrai. Hai un alibi?
    - Ecco, io… - Reid si morse nervoso il labbro inferiore.
    - Quando fai così ricordi tuo padre – Hotch si lasciò scappare un sorriso.
    Chris guardò il vecchio capo dei suoi genitori con sospetto, non era sicuro della reazione di lui quando avrebbe svelato il suo alibi.
    - Io ero… - tossicchiò nervoso.
    - Con la tua ragazza, immagino – Aaron si alzò e continuò a sorridere – Come tuo padre, sei attratto dalle colleghe. I problemi con il protocollo sono affari vostri, io ora ti devo solo tirare fuori di qui.
    - Grazie, Hotch.
    - Figurati, se non ti tiro fuori di qui Lizzy da fuori di matto e se lei da fuori di matto…
    - Tuo figlio da fuori di matto con te – fini il ragazzo con un sorriso.
    - Di tutte le donne di cui è pieno il mondo, quel testone si doveva mettere proprio con tua sorella? – scosse la testa e uscì dalla sala.

    Quando uscì dalla sala interrogatori vide Prentiss e Irons in piedi davanti ai due detective. Mentre si avvicinava non riusciva a sentire la conversazione, ma le facce dei due poliziotti parlavano chiaro. Non credeva ad una parola di quello che le due donne stavano dicendo.
    Improvvisamente Lavigne scoppiò a ridere in faccia alla giovane agente, che lo guardava spaesata e continuava a battere le palpebre come se non capisse cosa stesse succedendo.
    Hotch ero ora abbastanza vicino da sentire la risposta sprezzante di Morelli.
    - Sì, certo… e così lei sarebbe la ragazza del casanova che abbiamo arrestato… come no – scoppiò a ridere anche lui.
    - Ma per chi ci avete presi? – rincarò la dose Lavigne – Noi non crediamo più a babbo natale da molto tempo, mie care signore.
    Prentiss divenne rossa in volto, mentre Irons cercava di ingoiare la propria umiliazione.
    - Cosa sta succedendo? – Hotch guardava le due donne cercando di mantenere la calma.
    - Succede che gli agenti federali qui, stanno cercando di fornire un alibi falso al suo assistito, mio caro avvocato – preciso Morelli guardando di sbieco la giovane bionda.
    - Il mio assistito a un alibi ed è pronto a parlare con voi – Hotch mise una mano sulla spalla di Isabel – E inoltre vi pregherei di portare rispetto.
    - Andiamo a sentire quest’alibi – Morelli continuava a sogghignare – Ma lei non parla con le due signore qui e viene di là con noi. Inoltre non deve “conferire in privato” con il signor Reid prima che ci abbia fornito il suo alibi.
    - Certo signori… “l’agente” Reid sarà lieto di fornirvi l’alibi – lo sguardo di Hotch era impenetrabile.

    Isabel si era rifugiata in bagno e continuava a guardarsi allo specchio. Quei due stronzi l’avevano presa in giro, dopo che lei aveva confessato di aver passato la notte con Chris. Si sentiva umiliata e ferita, vedeva realizzarsi tutti gli incubi che aveva avuto da quando Reid era entrato nella sua vita.
    Chi mai avrebbe creduto che un tipo come lui, uscisse con una ragazza qualunque come lei? Si sentiva patetica e cercava di controllare le lacrime.
    Ora doveva pensare solo ad aiutare Chris a tirarsi fuori da quel casino.

    I tre uomini entrarono insieme nella sala interrogatori, dove Chris era seduto composto e attendeva che l’interrogatorio ricominciasse.
    - Bene signor… - Lavigne si fermò mentre Hotch lo fulminava con uno sguardo – Agente Reid, il suo avvocato ci ha comunicato che lei avrebbe un alibi.
    - Sì, è così – Chris era la quintessenza della calma – Ero a cena con la mia famiglia, che può confermare.
    - Il delitto è avvenuto circa un’ora dopo che vi hanno visti lasciare il locale – precisò Morelli.
    - Dopo essere uscito, ho riaccompagnato a casa la mia fidanzata e ho passato la notte da lei.
    - E chi sarebbe la sua fidanzata? – chiese Morelli.
    - L’agente speciale Isabel Irons – rispose Chris convinto.
    I due agenti si guardarono di nuovo e scoppiarono a ridere all’unisono.
    - Ancora con questa storia? – Morelli sembrava il più divertito dei due – E quindi lei, che ammettiamolo è un bel ragazzo, sarebbe fidanzato con quella cosa bionda qui fuori?
    Chris si alzò di scatto a fronteggiarlo, visibilmente adirato con Morelli.
    - Non si permetta mai più di parlare in quel modo di lei!
    Hotch cercava di trattenerlo per un braccio, ma il ragazzo era letteralmente fuori dai gangheri.

    Continua…
     
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    Capitolo VII. Harper

    La porta della sala interrogatori si aprì, una bella donna bionda sui quaranta entrò nella sala guardando storto i due detective. Era piuttosto elegante, stretta in un tailleur pantalone, e con i capelli ordinatamente raccolti in uno chignon che le dava un’aria austera. Due occhi neri si spostavano dai un’agente all’altro, mentre la fronte era aggrottata in una smorfia di contrarietà.
    - Signora – scattò in piedi Morelli salutando la nuova arrivata.
    Lavigne si alzò con più calma e guardò la donna in modo torvo, decisamente i due la conoscevano e non erano felici di vederla.
    - Agente Morelli, agente Lavigne… potete andare ora – disse indicando con noncuranza la porta – Da qui in poi me ne occupo io.
    - Come vuole – grugnì Lavigne.
    Come i due uscirono, la sconosciuta si girò verso Hotch e Reid. Sorrise e si mise a sedere, poggiando sul tavolo un fascicolo piuttosto esiguo.
    - Mi scuso per il comportamento dei due detective, sono tipi piuttosto… “ingestibili” – mimò le virgolette con le dita lunghe e affusolate, lasciando intravedere le unghie perfettamente curate.
    - Con chi ho il piacere? – chiese Hotch.
    - Scusatemi ancora per la mia mancanza – disse la donna evidentemente contrita dalla situazione – Sono il sostituto procuratore Harper, Eilen Haper. Sono io la responsabile dell’inchiesta e tengo a precisare che lo stato di fermo del suo cliente è stata una…
    - Libera iniziativa? – cercò di andarle incontro Aaron.
    - Esatto! Credo che possiamo continuare questa chiacchierata in modo più informale, tengo a precisare che siamo nella fase preliminare dell’indagine e che quindi nessuno è stato ancora formalmente accusato – si voltò verso Reid – Allora, se vogliamo ricominciare… Agente Reid, lei conosceva la defunta Desiré Johanson?
    - Sì – ammise lui.
    - Che tipo di rapporto vi legava?
    - Non sei tenuto a rispondere – gli fece presente Hotch.
    - Voglio rispondere – un attimo di esitazione per riordinare le idee – Ho conosciuto Desiré circa un anno fa. Era una ragazza molto… ehm…
    - Disponibile? – chiese Harper alzando un sopracciglio.
    - Sì, si può dire così. Abbiamo cominciato a frequentarci, se mi passa il termini.
    - In che senso?
    - Ci limitavamo a fare sesso, quando non c’era nessun’altro all’orizzonte – ammise il ragazzo in evidente imbarazzo – Comunque questa situazione è andata avanti per sei mesi circa, anche se davamo definizioni e valori diversi al nostro rapporto.
    - Provi a spiegarmi meglio – disse la donna con un sorriso – Come se fossi una bambina di sei anni.
    - Beh… diciamo che lei era più coinvolta di me, anche se non disdegnava di distrarsi con altri uomini.
    - Però? Perché c’è un però, immagino.
    - Sì, andava in giro a dire che era la mia ragazza. Io non l’ho mai considerata tale.
    - Poi?
    - Dopo sei mesi, le ho detto che non la volevo nella mia vita, che era una storia di solo sesso e che non avevamo un futuro.
    - Come la prese?
    - Non bene – ammise Chris – Cominciò a sbraitare che nessuno la mollava, che era lei che metteva la parola fine alle sue storie… non l’ho più rivista.
    - Fino a ieri – fece notare il vice procuratore.
    - Esatto, fino a ieri sera. Ero da Carlo’s per una cena di famiglia.
    - Un posto molto elegante, come mai propri lì?
    - Mia sorella minore si sta per sposare e diciamo che era una specie di… non so spiegarlo bene – ammise il ragazzo con un sorriso – Insomma, sembrava un modo carino per festeggiare il suo fidanzamento.
    - Lei era lì da solo? Cioè, oltre alla sua famiglia, c’era qualcun altro?
    - Sì, la mia fidanzata – Chris era nervoso, non capiva bene cosa stesse succedendo – Comunque, ho incontrato Desiré.
    - Come si chiama la sua fidanzata?
    - Isabel Irons.
    - Cosa vi siete detti lei e la signorina Johanson?
    - Lei aveva tutta l’intenzione di importunare la mia ragazza, con chissà che storie assurde. La conoscevo abbastanza da capire che voleva combinare qualcosa. Così l’ho fermata e le ho detto di tenersi alla larga.
    - Cosa le ha detto esattamente?
    Hotch trattenne il respiro e afferrò Chris per un braccio. Quello era un momento critico dell’interrogatorio, sperò che il ragazzo fosse abbastanza intelligente da non mentire.
    - Le ho detto che se provava ad avvicinarsi a Isabel, io gliela avrei fatta pagare.
    - Quindi l’ha minacciata? – Harper lo aveva portato proprio dove voleva lei.
    - Sì – Chris strinse i pugni – Ma non ho mai pensato di farle del male fisicamente. Sono un’agente federale, io i criminali li arresto.
    - Certo, certo – concesse la donna – Dopo quest’alterco con la vittima, cosa ha fatto?
    - Ho cenato con la mia famiglia, ci siamo salutati e ho riportato a casa Isabel.
    - Poi è andato a casa?
    - No, ho passato la notte con lei.
    - La signorina Irons è disposta a confermarlo?
    - Può chiederglielo lei stessa – si intromise Hotch – L’agente Isabel Irons è qui fuori e credo che non abbia problemi a dire la verità.
    - Bene, più tardi parlerò con lei – scrisse qualcosa su un foglio e poi tornò a guardare i due – Per il momento è tutto, la prego di non lasciare Washington e di tenersi a disposizione per ulteriori chiarimenti.
    Chris annuì, sembrava che tutto si stesse risolvendo per il meglio. Osservò la donna alzarsi e avvicinarsi alla porta, poi come ripensandoci si voltò di nuovo verso di lui.
    - Lei è un profiler, giusto?
    - Sì – Reid corrugò la fronte, chiedendosi il perché di quella domanda.
    - Quindi, se decidesse di uccidere qualcuno, saprebbe farlo sembrare un omicidio perpetrato da uno psicopatico, esatto?
    Chris la guardò a bocca aperta, mentre Hotch si alzò in piedi di scatto a fronteggiarla.
    - Sta accusando il mio assistito di qualcosa?
    - Mera curiosità – la donna uscì dalla stanza.

    Harper si avvicinò a Emily, tendendole una mano e presentandosi.
    - Ho sentito parlare molto bene di lei, agente Prentiss.
    - Grazie, vice procuratore.
    - Potrei parlare con la signorina Irons, cortesemente?
    Prentiss la fissò furente, si chiese se anche questa donna avrebbe deriso Isabel.
    - Agente Irons, prego – cercò di controllarsi, ma dal tono si capiva che era stata provocata oltre il limite.
    Eilen la fissò stupita e poi scosse la testa con un sorriso.
    - Lavigne e Morelli sanno essere molto indisponenti a volte, ma sono anche due ottimi detective – tornò seria e guardò Prentiss – Mi scuso se quei due hanno detto o fatto qualcosa di offensivo nei suoi confronti.
    - L’agente Irons aveva semplicemente comunicato loro di aver passato la notte scorsa con l’agente Reid. Vuole sapere come hanno reagito quei due? – Emily era furente, ma cercava di controllarsi – Le hanno riso in faccia, accusandola, neanche troppo velatamente, di aver dato un alibi falso al suo collega.
    Harper corrugò la fronte e si voltò verso una ragazza bionda che aveva l’aria di aver pianto. “Quei due imbecilli!
    - Le rinnovo le mie scuse. Quindi l’agente Irons conferma l’alibi di Reid?
    - Esatto – Prentiss sembrò calmarsi, dopo le ennesime scuse dell’altra.
    - Lei conosce bene Irons? E’ una persona affidabile?
    - E’ uno dei miei migliori agenti.
    - Quindi lei e Reid sono colleghi? – Harper sembrò meditare su quella cosa – Credevo che il protocollo della vostra Agenzia lo vietasse.
    - Diciamo che molto viene lasciato alla discrezione dei superiori degli agenti interessati.
    - E lei è d’accordo con questo legame?
    - Il loro lavoro non ne risente, quindi non sta a me decidere chi possono o non possono frequentare fuori dall’ufficio.
    Emily vide un lampo passare negli occhi scuri della donna di fronte a lei. La fissò intensamente, c’era qualcosa che non le quadrava e che non le piaceva nell’atteggiamento così disponibile del vice procuratore.

    Continua…
     
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    Capitolo VIII. I know your game

    - Eilen Harper, vice procuratore – la donna bionda tendeva la mano verso Isabel che si limitò a fissare le unghie ben curate della sua interlocutrice.
    Harper ritirò la mano e cominciò a fissarla, come a voler valutare quella ragazza che sembrava estremamente arrabbiata. Un sorriso ironico le piegò le labbra, chiuse gli occhi e scosse la testa. Decisamente si trovava davanti qualcuno che non sapeva catalogare, era una novità per lei.
    - So che i detective Morelli e Lavigne sono stati molto scortesi con lei, ma…
    - Io li definirei due stronzi – Irons strinse gli occhi, fino a farle diventare due fessure.
    - Ammetto che a volte lo penso anch’io, ma sanno fare il loro lavoro – tornò a studiare la profiler – Agente Irons, posso parlare con lei in privato?
    - Ho già riferito ai suoi detective quello che avevo da dire – Isabel aveva una voglia matta di prendere a pugni qualcuno – Ma naturalmente loro hanno trovato più “professionale” ridermi in faccia, che ascoltarmi. Lei ha intenzione di prendermi sul serio o vuole solo farmi perdere tempo?
    - Mi scuso per la mancanza di rispetto che lei ha subito, sono mortificata. A differenza di quei due, io sono molto interessata a quello che ha da dirmi.
    Isabel scrollò le spalle e guardò Prentiss, che prontamente si mise a fianco della ragazza. Decise che la giovane aveva subito fin troppe umiliazioni quel giorno e che era ora che prendesse in mano lei la situazione.
    - Se non le dispiace, desidero assistere al vostro colloquio – Emily sfoderò il suo sorriso più convincente – Giusto per assicurarmi che non ci siano altre “mancanze di rispetto”.
    - Come preferisce, agente Prentiss – Harper cercò di nascondere il proprio disappunto – Se volete seguirmi, staremo più comode di là, dove ci sono anche delle sedie.
    I due agenti federali seguirono il vice procuratore dentro una sala degli interrogatori. Su una parete c’era il solito specchio finto, le mura erano di un neutro color grigio, il tavolo e le sedie non sembravano particolarmente comodi. Irons si chiese se ci fosse una telecamera dietro lo specchio, giusto per sondare le reazioni del suo viso. Si rispose che non aveva importanza, bastava dire la verità e tutto si sarebbe aggiustato.
    - Prego accomodatevi – Harper si era seduta con le spalle allo specchio, notando lo sguardo di Prentiss – Non ci sono apparecchi per la registrazione audio-video, in fin dei conti è una chiacchierata informale.
    - Non esistono “chiacchierate informali” con il vice procuratore, con tutto il rispetto. So benissimo che qualsiasi cosa diciamo qui dentro lei la vaglierà attentamente per poterla usare in un secondo momento.
    - Giusto – ammise Eilen con un sorriso – Se dovessi decidere che quello che state per dire mi può interessare durante la fase processuale, sarà mia premura convocarvi per un interrogatorio vero e proprio. Per il momento non siamo ancora in quella fase dell’indagine.
    - Però Chris è stato accusato di omicidio – fece notare Isabel.
    - Accusato? – la donna sembrava stupita – Deve esserci stato un malinteso, non sono stati emessi mandati in quel senso. I detective hanno preso… come l’ha definita l’avvocato Hotchner? Ah, sì: “una libera iniziativa”.
    - Questa “libera iniziativa” dura da questa mattina, signora – fece notare Isabel sempre più nervosa.
    - Mi dispiace, sono stata avvertita del fermo non autorizzato solo poche ore fa e mi sono subito premurata di intervenire – altro sorriso.
    Irons trovava quei sorrisi falsi come gioielli di alta bigiotteria, ad un occhio meno allenato sarebbero sembrati incoraggianti. Per lei, una profiler, erano il preludio della caccia alle streghe.
    - Cosa voleva chiedermi? – meglio entrare subito nel vivo del discorso.
    - Può fornirmi i suoi movimenti di ieri?
    - A partire da che ora? – Isabel cominciò a studiarsi le mani con fare noncurante, mentre pensava “Ecco che comincia l’attacco”.
    - Diciamo… dalle sette.
    - Credevo che l’omicidio fosse avvenuto molto più tardi – Prentiss non capiva dove stesse andando a parare l’altra.
    - Voglio una panoramica completa, per potermi fare un’idea.
    - Non c’è problema – Isabel raddrizzò la schiena e posò gli avambracci sul tavolo – Alle sette di ieri sera il mio ragazzo, l’agente speciale Christopher Reid, è passato a prendermi nel mio appartamento.
    - Non avevate passato la giornata insieme? – Harper tirò fuori un block-notes elettronico.
    - No – Isabel decise di rispondere in modo semplice, per non dare appigli alla donna.
    - D’accordo… dopo che è passato a prenderla, dove siete andati?
    - Da Carlo’s – “Aspetta che ti chieda lei i dettagli”.
    - Eravate solo voi due?
    - No, avevamo appuntamento con la famiglia di lui.
    - Erano già lì quando siete arrivati?
    - No, c’era solo l’agente Jack Hotchner e la sorella dell’agente Reid.
    - Hotchner? Parente dell’avvocato? – sopracciglio alzato.
    - Figlio – “Hai mancato il bersaglio, bella mia”.
    - Se era una cena di famiglia, come mai c’era anche l’agente Hotchner?
    - E’ fidanzato con Diane Elizabeth Reid, contano di sposarsi a giugno.
    - E’ normale per voi intrecciare così la vostra vita privata e quella professionale? – “Vediamo come rispondi a questo”.
    - Mi sembra che stiamo uscendo fuori dal seminato – intervenne Prentiss.
    - Mera curiosità personale – Harper fece spallucce – Lei e l’agente Reid siete sempre rimasti insieme?
    - No, prima di sederci al tavolo io e la signorina Reid siamo andate alla toilette – “Lo sappiamo tutte e due, vedi di farla finita con i giochetti”.
    - Lei ha assistito alla discussione tra il suo fidanzato e la signorina Johanson?
    - Quando sono uscita dalla toilette stavano parlando, ma non ho sentito cosa si dicevano.
    - Notato qualcosa di strano?
    - Reid aveva respinto la signorina Johanson, che stava chiaramente facendogli delle avances.
    - Se non ha sentito, come fa a dirlo?
    - Diciamo che la mano della Johanson… beh si è prese delle “libertà” – “Tu strega come fai a capire su una ci prova con il tuo uomo?”.
    - Dopo cosa avete fatto?
    - Abbiamo cenato – risposta breve e coincisa.
    - Dopo cena? – il procuratore si rendeva conto di stare perdendo al suo stesso gioco.
    - Mi ha riaccompagnato a casa e poi si è fermato a dormire da me.
    - Avete solo dormito? – Harper si compiacque nel vedere il rossore causato all’altra.
    - Sei libera di non rispondere – Prentiss squadrò il viceprocuratore.
    - Scusi – sorriso tirato – Sarebbe disposta a ripetere questa versione sotto giuramento?
    - Assolutamente. Se vuole non ho ancora fatto il bucato… troverà il DNA di Reid sulle mie lenzuola – “Adesso che mi rispondi, arpia?”.
    - Non credo sia necessario, la ringrazio comunque della sua disponibilità. Per il momento è tutto, grazie della sua collaborazione.
    La faccia di Eilen Harper indicava che non era per niente contenta dell’esito della “chiacchierata informale”.

    Il team stava lasciando la stazione di polizia, seguito dallo sguardo indagatore del vice procuratore. Un sorriso ironico piegò le labbra di Harper che si voltò verso i detective Morelli e Lavigne.
    - Allora? – Lavigne guardò la donna con un sorriso sul viso.
    - Fate a pezzi le loro vite, voglio sapere anche quante volte al giorno vanno in bagno.
    - Crede che sia stato veramente lui? – Morelli si studiava i piedi.
    - Non vi avrei detto di fermarlo se non lo credessi.
    - Senta… però… - Morelli sembrava in evidente imbarazzo – Non mi è piaciuto come ci ha detto di trattare la ragazza. Spero almeno che sia servito.
    - Sfortunatamente no. La tecnica del tira e molla ha sempre funzionato, ma lei non si è fidata di me dall’inizio.
    - Non sempre i pesci abboccano al primo tentativo, capo – la consolò Lavigne.
    - Ma questi di pesci non me li lascio sfuggire.
    - E se invece fosse stato…
    - Fai quello che ti ho detto Morelli – Harper lo fulminò con lo sguardo – Io non credo minimamente a questa favola del maniaco di Dupont Circle.

    Continua…
     
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    Capitolo IX. Big mistake

    Erano nel parcheggio della stazione di polizia e stavano per entrare nei SUV. Chris teneva la mano di Isabel e sembrava estremamente stanco, era evidentemente provato dalla tensione di quella giornata che gli era parsa interminabile.
    Prentiss osservava Hotch, come se dovesse dirgli qualcosa ma non volesse parlare davanti al resto della squadra. L’uomo, notando quello sguardo, le si avvicinò e la prese in disparte.
    - Per il momento non possiamo fare di più, almeno finché non formalizzano le accuse – non aveva ancora disinserito la modalità avvocato.
    - Sono preoccupata. Quella donna, la Harper, ha fatto una “chiacchierata informale” con Irons.
    - Sai cosa si sono dette?
    - Ero presente. Hotch, non mi piace, non mi piace per niente. Ha fatto delle domande fuori luogo, come se…
    - Non piace neanche a me. Quel modo di fare, quei continui sorrisi… quella donna ha qualcosa in mente – Hotch incrociò le braccia e si mise ad osservare il resto del team che chiacchierava – Possiamo fare delle ricerche su di lei?
    - Chiederò a Puka di provvedere domani stesso – Emily si accigliò un attimo – Quello che mi preoccupa di più sono le domande che ha fatto sui rapporti personali che intercorrono fra i membri della squadra.
    - Parlane con Morgan e tenetevi pronti. Ho un brutto presentimento.
    - Anch’io.
    Guardarono i ragazzi che cercavano di tenere su di morale Reid. Erano giovani e alcune volte le scelte che avevano fatto non erano in linea con quello che veniva richiesto a degli agenti federali, ma erano bravi nel loro lavoro e soprattutto non avevano mai permesso che le loro vite influenzassero la loro professionalità.

    - Sospeso? – Reid continuava a guardare Prentiss come se fosse un animale raro – Cosa vuol dire che sono sospeso?
    L’intera squadra era stata convocata nella sala riunioni, oltre loro erano presenti Morgan e un agente che non si era ancora presentato.
    - Reid, mi dispiace – esordì Morgan – Purtroppo le circostanze ci impongono…
    - Le circostanze? – JJ saltò in piedi nervosa – Basta che due detective sciroccati accusino uno di noi, senza prove concrete, tra l’altro, e veniamo automaticamente sospesi?
    - Non è cosi facile, agente Jordan – lo sconosciuto si fece avanti e guardò uno per uno i presenti – Io sono l’agente Damon Jefferson, della sezione disciplinare. Il problema non è l’inchiesta che la polizia sta conducendo sul vostro collega… Durante l’interrogatorio, l’agente Reid, ha ammesso di aver… fraternizzato con l’agente Irons. Ora, non vorrei sembrarvi banale, ma immagino che tutti voi conosciate il protocollo.
    - Tengo a precisare, agente Jefferson – si intromise Prentiss – che il lavoro dei due non ha mai risentito di questa relazione, di cui mi avevano prontamente messo al corrente.
    - Non è solo questo – l’uomo si tolse gli occhiali e cominciò a pulirli – In realtà tutta la squadra è sospesa.
    - Come? – Morgan si girò a quella novità – Di cosa sta parlando? Prima nel mio ufficio mi ha detto…
    - Non le ho riferito tutto. Vede la polizia sta portando avanti l’inchiesta e durante le indagini sono uscite… delle… irregolarità, se vogliamo chiamarle così, su alcune… ehm…
    - Insomma! – Puka sbatté la mano sul tavolo – Si vuole spiegare o no?
    - Bene, se proprio insiste – Jefferson si rimise gli occhiali – L’agente Reid e l’agente Irons hanno una relazione che va contro il protocollo. L’agente Hotchner sta per imparentarsi con un collega, altra cosa che il bureau non vede di buon occhio. L’agente Jordan… beh… diciamo che pratica uno stile di vita alternativo, mentre lei, agente Muller, è quella che da più da pensare.
    Si guardarono tutti esterrefatti, l’Agenzia stava mettendo sotto inchiesta le loro vite private. Morgan si girò a fronteggiare l’uomo, visibilmente sul piede di guerra. Prentiss si era alzata e gli si era posta al fianco, doveva difendere i suoi ragazzi.
    - Mi sta dicendo – inizio Emily – che sospende la mia squadra per scelte personali che nulla hanno a che fare con il merito del loro lavoro?
    - Non è così facile, agente Prentiss.
    - No, è qui che si sbaglia – Morgan si infilò le mani in tasca per vincere la voglia di prendere a pugni l’agente – La questione è molto semplice: voi state sospendendo un’intera squadra della B.A.U. per motivi che esulano dalla professionalità degli stessi. E’ una caccia alle streghe!
    - La decisione è stata presa – Jefferson si mise sulla difensiva – Non è una mia decisione, io mi limito a riportarvi i provvedimenti che sono stati ritenuti necessari. Per qualsiasi chiarimento potete rivolgervi al capo della mia sezione. Ora se volete scusarmi…
    - No, non la scuso – scattò Emily – Mi sa dire quanto durerà questa situazione?
    - Almeno fino alla fine dell’inchiesta, agente. Non so dirvi altro.
    L’uomo lasciò la stanza mentre sette paia di occhi lo seguivano. Appena la porta alle sue spalle si chiuse, cominciò la baraonda.
    - Io li denunciò per discriminazione! – sbottò JJ – “Stile di vita alternativo”, mi sa di razzismo lontano un chilometro.
    - E hai sentito cosa ha detto a me – Puka prendeva a calci una parete – “quella che da più da pensare”! STRONZO!
    - Concordo e sottoscrivo – convenne Irons – Ma chi si credono di essere?
    - Non ci posso credere! Tutto questo perché due detective sciroccati sono convinti che io vada in giro ad uccidere le donne.
    - Questa è bella! Mi sospendono perché mi sposo – Jack continuava a scuotere la testa allibito.
    - Ragazzi, manteniamo la calma – Prentiss fece un lungo respiro – Trasferiamo l’ufficio a casa mia. Siete tutti sospesi e quindi non possiamo usare questo spazio.
    - Usarlo per fare che? – JJ era avvilita.
    - Qualcuno ce l’ha con noi, beh io non ho intenzione di arrendermi – Emily strinse i pugni – Dobbiamo indagare sull’omicidio della Johanson e su quelli che indagano su di noi.
    - Lavigne e Morelli? – chiese Chris.
    - Io ci infilerei anche la Harper – Isabel lo guardò – Quella donna non mi convince.
    - Bene, prendete le vostre cose – Morgan mise un braccio sulle spalle della moglie – Io ufficialmente non so niente. Siccome siete tutti sospesi dal servizio, ho concesso a Emily di prendersi le ferie arretrate almeno fino a che la situazione non sarà chiarita. Quello che fate nel vostro tempo libero… io non lo so e non lo voglio sapere.
    Detto questo lasciò la sala, sperando che i ragazzi trovassero il modo di togliersi dai guai.

    Continua…
     
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    Capitolo X. Helping hands

    La casa di Prentiss era accogliente, il salotto grande abbastanza per ospitare comodamente l’intera squadra. Puka era svogliatamente semisdraiata sul divano, fissava il vuoto e si tormentava un unghia. Gli altri sorseggiavano del tè e cercavano di fare il riassunto della situazione.
    Emily mise la mano sulla spalla della ragazza e la scosse leggermente. Puka si voltò verso di lei, con gli occhi spenti. Non aveva mai visto l’agguerrita punk gettare la spugna prima di cominciare a lottare.
    - Cosa c’è? – le chiese il supervisore.
    - Pensavo… - sospirò e chiuse gli occhi – Io non sono una profiler, l’unica cosa che posso fare in questo momento è portarvi da mangiare.
    - Ma cosa dici? – JJ le sorrise rassicurante.
    - Non ho a disposizione le apparecchiature che mi servirebbero per fare quelle ricerche. Quello che ho in casa non mi fornirebbe la copertura sufficiente… da quando lavoro per l’F.B.I. non mi sono più preoccupata di avere l’occorrente per sezionare le vite virtuali degli altri – fece spallucce rassegnata.
    - Di quello non preoccuparti – le disse Emily con uno sguardo furbo – Tra poco avrai tutto quello che ti occorre.
    - E come? Morgan mi farà sgattaiolare di soppiatto nel mio ufficio?
    - Meglio, molto meglio – disse Prentiss mentre qualcuno suonava alla porta.
    La padrona di casa non parve particolarmente stupita e si alzò tranquillamente, lasciando i ragazzi seduti sul divano con uno sguardo interrogativo negli occhi. Si guardarono tra di loro chiedendosi chi potesse andare a quell’ora del pomeriggio a trovare i coniugi Morgan.
    Sentirono una serie di urletti estasiati e poi una sonora risata.
    - Alla buonora, cominciavo a temere che avessi dimenticato dove abito – Prentiss sembrava stranamente allegra.
    - Figurati, dolcezza. Ho dovuto mettere insieme il materiale più… ehm… idoneo – una squillante voce allegra riempì la stanza.
    Jack e Chris si guardarono sorridendo e saltarono in piedi quasi contemporaneamente.
    - Zia Penny! – dissero all’unisono.
    Penelope Garcia, ex tecnico informatico della B.A.U., fece il suo ingresso nella sala seguita da due ragazzi adolescenti che continuavano a lamentarsi per il peso degli scatoloni.
    - Voi due ora la fate finita! – la rossa tutto pepe stava usando tutta la potenza della propria cassa toracica – Vi avverto! Siete già in punizione, volete peggiorare la vostra situazione?
    - La colpa è sua! – i due ragazzi, evidentemente gemelli, si indicarono a vicenda.
    - Siete impossibili, che fine hanno fatto i miei due batuffoli di zucchero filato? – scosse la testa in modo drammatico – Quando vi siete trasformati in due combina guai?
    I due ragazzi posarono gli scatoloni sul pavimento e cominciarono a guardarsi i piedi, visibilmente contriti.
    - Cosa hanno combinato stavolta? – chiese Chris, visibilmente divertito.
    - Era solo per vedere se ci riuscivamo! – disse uno dei due.
    - Già… si hackera il sito di un’Agenzia governativa solo per vedere se si riesce – brontolò Penelope – Roba da matti! Andate a prendere il resto in macchina e, possibilmente, senza combinare altri guai.
    - I monitor sono troppo pesanti – brontolò l’altro.
    - Niente paura, ragazzi – Jack sorrise sotto i baffi – Vi daremo una mano io e Chris.
    I due gemelli si sorrisero e batterono il cinque. Poi, notando lo sguardo di disapprovazione della madre, tornarono a fissare il pavimento. Come lasciarono la stanza, Prentiss si avvicinò alla vecchia amica.
    - Non dovrei dirtelo io, però anche tu sei entrata nel sito dell’F.B.I. – sembrava divertita da tutta la questione – E’ così che ti abbiamo trovato, no?
    - Non era l’F.B.I. – Penelope guardò l’amica di sottecchi – Ma devo ammettere che sono maledettamente bravi, non si sono fatti beccare.
    - E allora come fai a saperlo? – chiese Puka guardandola ammirata.
    - Io sono più brava dei tecnici della C.I.A. – ammise candidamente.

    Puka guardava sbalordita i monitor e i server che Garcia le aveva procurato. Persino nel suo ufficio non avrebbe potuto avere niente di meglio. Come in trans cominciò a collegare i fili, sembrava una bambina in un negozio di dolciumi. Penelope sorrise soddisfatta, mentre i due gemelli stava con le mani in tasca e guardavano di sottecchi la madre.
    - Se avete bisogno di altro, non avete che da chiedere – disse allegra – A Kevin non dispiace prestare un po’ di cose a dei vecchi amici in difficoltà.
    - Grazie, Garcia. Sei sempre la migliore – Prentiss abbraccio l’amica.
    - Figurati, zucchero. Chiedi e l’oracolo di Quantico risolverà il tuo problema – si girò verso il resto della squadra – Mi raccomando, inchiodateli!
    Si avviò verso la porta seguita dai figli, che camminavano dietro di lei con l’espressione di due cani bastonati. Decisamente, per quanto fosse dolce, Penelope aveva il pugno di ferro con i gemelli.

    Cassandra continuava a muovere velocemente le mani sui monitor, alla ricerca delle informazioni che potevano tornare utili in quel frangente. Improvvisamente metà dei monitor si oscurarono e la ragazza sorrise torva.
    - Provate a tenermi fuori – disse all’indirizzo dei due monitor rimasti in funzione.
    Con rapidi gesti, cambiò un paio di schermate e poi apparve il logo dell’F.B.I. su tutti i monitor che erano tornati misteriosamente in funzione.
    - Puka, non dirmi che… - Prentiss sentiva una lieve nausea.
    - Non preoccuparti, ho programmato io i sistemi di sicurezza. Non ci beccheranno mai! – rise sguaiata.
    - Sei peggio dei gemelli Lynch – commentò Jack scuotendo la testa divertito.
    - Io non mi faccio mica beccare dalla mamma – rispose la punk strizzandolo l’occhio.
    - Sarà meglio che non ti becchi nessuno – l’ammonì Emily – Se mi trovo casa invasa dalla S.W.A.T. ti faccio vedere io.
    - Anche se mi scoprissero, cosa di cui dubito fortemente, verrebbero reindirizzato su un sito civetta e farebbero irruzione in un seminterrato della vecchia Europa – rispose soddisfatta la ragazza.
    - Come fai a dire che dubiti che ti becchino? Ci sono altri tecnici oltre te – le fece notare Isabel.
    - Peccato che ad un controllo di routine non troverebbero mai il trojan che ho inserito – ribatté Puka.
    - Hai inserito un trojan nei computer dell’F.B.I.? – JJ era sconvolta.
    - Diverso tempo fa, ho pensato che era meglio essere previdenti – spiegò Cassie senza scomporsi – Nel caso fossi stata estromessa, perché “do da pensare”, volevo essere sicura di poter accedere alle informazioni giuste.
    - Ragazza previdente – disse Chris baciandole una tempia – E adesso?
    - Lasciatemi lavorare – Cassandra ormai era lanciata – Datemi una mezz’oretta e saprò dirvi anche cosa la Harper a mangiato a colazione.

    Continua…
     
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    Capitolo XI. The Dupont Circle’s maniac

    - Credo sia il momento di aggiornarvi – per un’ora buona Puka era rimasta incollata ai monitor.
    Isabel, Prentiss e JJ erano sedute sul divano, mentre Jack e Chris camminavano nervosi per il salotto. Non era una bella situazione. Dovevano difendersi e non sapevano neanche chi fosse il nemico o perché stesse facendo tutto questo.
    - Cominciamo dalla Harper – disse sicura Prentiss – Sono proprio curiosa di sapere qualcosa di più sul nostro “caro” vice procuratore.
    - Eilen Harper ha quarantasei anni. Laureata in legge ad Harvard, è stata avvocato d’ufficio per dieci anni prima di passare alla procura. Carriera brillante, oserei dire – Puka guardo gli altri con una smorfia – La signorina Harper è famosa per la sua caparbietà. Non molla mai, se si mette in testa che qualcuno è colpevole lo perseguita al limite della legalità.
    - Come sta facendo con noi – Chris si mise a sedere su una poltrona – Lei è convinta che io sia colpevole e per dimostrarlo attacca anche voi, in modo che non possiate difendermi.
    - Non ho finito. Anche la nostra “principessina” ha i suoi scheletri dell’armadio. Primo fra tutti una denuncia per abuso di potere. Cinque anni fa si era convinta che una ragazza di vent’anni avesse ucciso il suo ragazzo, nonostante ci fossero prove a sostegno della tesi che il ragazzo fosse stato aggredito per rubargli la macchina e l’orologio – i monitor mostrarono diversi articoli che citavano il caso – La nostra vice procuratore si mise di punta. La ragazza veniva interrogata di continuo, pedinata dai poliziotti, i suoi genitori e gli amici continuamente importunati per vedere se cambiavano versione. Morale? La ragazza si è uccisa in seguito al forte stress.
    - Come è finita la causa? – Prentiss sembrava contrariata dalla condotta della Harper.
    - Si è accordata in privato, anche se poi è stata sospesa per sei mesi.
    - Era colpevole del reato, ma hanno deciso di insabbiare il caso e dare un contentino ai parenti di quella povera ragazza – tradusse Jack scuotendo la testa.
    - Non è tutto – Cassandra sembrava divertirsi – Sapete chi erano i poliziotti che lavorarono con lei durante l’indagine?
    - Fammi indovinare – disse Isabel – Morelli e Lavigne?
    - Bingo, mia cara. Anche loro hanno il loro bel passato da nascondere.
    - Furono coinvolti nella denuncia? – Emily sorrideva soddisfatta, avevano qualcosa in mano.
    - Anche, ma non solo. Mark Lavigne è un emerito stronzo, è stato indagato più volte dalla disciplinare. Gli piace trattare i sospetti con il pugno di ferro, non sempre metaforicamente. E’ stato coinvolto anche in un caso di aggressione ai danni di un ragazzo gay che aveva l’unico torto di avergli sorriso “ammiccante”.
    - Omofobico – dedusse Chris.
    - Io lo definirei un bastardo – Puka sorrise ironica – Ma non credo che in tribunale sarebbe un accusa fattibile.
    - Morelli? – riprese il discorso Prentiss.
    - Questa è la cosa più strana. Morelli è pulito come un angioletto. Mai una multa, mai una lettera di richiamo, niente di niente. Escludendo, naturalmente, la storia dell’abuso d’ufficio dal quale si è tirato fuori dicendo che era stata la Harper a ordinargli quel tipo di comportamento.
    - Giochiamo a scarica barile, eh? – JJ cominciò a far scrocchiare le nocche – Mi piacerebbe lavorarmelo un po’, sono sicura che poi canterebbe come un uccellino. Visti i precedenti, non dubito che direbbe che è tutta colpa della “principessina” come l’hai definita tu.
    Scoppiarono tutti a ridere, tranne Puka che era stranamente seria.
    - Avete mai sentito parlare del maniaco di Dupon Circle?
    Si guardarono fra di loro sorpresi dalla domanda e poi scossero tutti la testa.
    - Beh, a quanto pare quello di Desiré Johanson non è stato l’unico omicidio avvenuto in quella zona. Altre tre donne sono state uccise con le stesse modalità – li informò Cassandra – Violentate e strangolate.
    - Quindi hanno il DNA del colpevole – Chris si alzò avvicinandosi agli schermi – Eppure non mi hanno chiesto di sottopormi al test.
    - Non mi stupisce, quella potrebbe essere una prova a discolpa – gli fece notare Isabel – Anche quando gli ho detto che potevano trovare il tuo DNA sulle mie lenzuola, mi ha risposto che non era necessario.
    - Forse perché non hanno il DNA – fece sapere la punk – Il bastardo usa il preservativo. E’ furbo e conosce la prassi. Quello della Johanson è il più cruento e si differenzia per un particolare.
    - Quale? – si informò Chris.
    Sul monitor apparve la foto del corpo di Desiré, con il vestito lacerato e un rivolo di sangue che le usciva dal naso. Il particolare più macabro era la mano destra, che era stata recisa e buttata poco più in là.
    Isabel chiuse gli occhi, capendo finalmente perché la Harper si fosse impuntata con Reid. Desiré aveva accarezzato con la mano destra la patta dei pantaloni del ragazzo davanti ai bagni, cosa che sicuramente qualcuno dei loro “testimoni” aveva notato.

    Puka continuava a cercare notizie utili, mentre il resto della squadra si dava da fare per stilare un profilo dell’S.I., avevano deciso che l’unico modo per scagionare Chris era inchiodare l’uomo che aveva ucciso quelle ragazze. Isabel non aveva fatto cenno a quello che era successo fra Reid e Desirè appena fuori dalla toilette.
    Pensava che il ragazzo avrebbe affrontato l’argomento con gli altri durante il lavoro. Nonostante fossero passate due ore, lui non aveva ancora menzionato il comportamento della ragazza. Irons continuava a guardarlo di sottecchi, chiedendosi cosa lo trattenesse dal rivelare quella che forse era l’arma più forte della Harper.
    Andò in cucina con la scusa di prendere una caffè, mentre rimuginava ancora sulla strana reticenza di Chris. Mentre girava la bevanda, il protagonista delle sue elucubrazione, fece il suo ingresso nella cucina arredata in stile moderno. Si guardarono un attimo, poi Reid si diresse al frigorifero e ne estrasse una bottiglietta d’acqua.
    - Sei piuttosto silenziosa oggi – le fece notare.
    - Mai quanto te.
    - Se non ho fatto altro che parlare mentre eravamo di là con gli altri? Mi si è seccata la gola.
    - Sai che si può mentire anche per reticenza?
    - Che vuoi dire? – Chris si girò verso di lei, piuttosto risentito.
    - Alla Johanson è stata amputata la mano destra, questo non ti dice niente?
    - Non capisco dove vuoi andare a parare – era sulla difensiva.
    - Ti ha toccato, Chris! Ecco dove voglio andare a parare – l’esasperazione traspariva dalla sua voce – Diavolo! Ti ha fatto delle avances piuttosto esplicite e poi qualcuno l’ha uccisa tagliandole la mano. Non credi che ci sia un nesso?
    - Non penserai sul serio che sia stato io? Eri con me, non lo scordare.
    - Non sto dicendo niente del genere – Isabel si concentrò sul liquido nero contenuto nella tazza – Dobbiamo dirlo agli altri, può voler dire che l’uomo che cerchiamo era da Carlo’s e ha assistito alla scena.
    Chris chiuse gli occhi e sospirò.
    - Hai ragione, ma… è imbarazzante.
    - Che una donna ci abbia provato con te? – sorrise – Sarebbe stata una scema a non farlo.
    - Isabel…
    - So perfettamente che quest’indagine metterà a dura prova il mio amor proprio. E’ inutile girarci intorno – fece un respiro profondo prima di continuare – So perfettamente che quella sera parecchie ragazze presenti volevano le tue attenzioni, credo sia naturale. Se non riesco ad affrontare questa cosa vuol dire che è meglio che torni a casa e lasci fare a voi.
    Lui l’abbracciò da dietro e le diede un bacio delicato fra i capelli. Poi poggiò il mento sulla sua spalla e le parlò piano nell’orecchio.
    - Ti amo. Non voglio che tu ti senta ferita, per me quelle ragazze non significano niente.
    - Allora diglielo, Chris.
    - Va bene – si arrese lui – Ma tu non metterti in testa strane idee. Non mi piacciono quel tipo di avances. Anche se devo ammettere che se lo facessi tu…
    Isabel gli diede un pugno sul braccio.
    - Smettila di fare lo scemo!

    Continua…
     
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    Capitolo XII. Existential balance

    - Ricapitolando – Prentiss continuava a massaggiarsi le tempie – C’è un maniaco che va in giro a stuprare e uccidere giovani donne; tu conoscevi l’ultima vittima con cui avevi appena litigato; lei ti ha palpato la patta dei pantaloni; l’S.I. le ha tagliato la mano destra… Cerchiamo di vedere il lato positivo.
    - Perché, ce n’è uno? – chiese Jack continuando a giocare con una matita.
    - Almeno sappiamo che il nostro soggetto ignoto era all’interno del ristorante ed ha assistito al diverbio fra loro – Prentiss aprì gli occhi e sbuffò avvilita – Che altro abbiamo?
    - Ho trovato i fascicoli riguardanti gli altri omicidi – fece sapere Puka – La polizia brancola nel buio.
    Tutta la squadra si concentrò sui dossier scovati dall’informatica, cercando qualcosa che fosse sfuggito agli investigatori. Improvvisamente Chris sbarrò gli occhi e guardò Isabel sconcertato.
    - Qualcosa non va? – chiese la ragazza notando le occhiate di lui.
    - Conoscevo due delle altre vittime – fece sapere il ragazzo, visibilmente in imbarazzo.
    - In che senso le conoscevi? – JJ lo fissava con insistenza – Le conoscevi come conoscevi Desirè?
    - Sì, più o meno. Frequentavano Carlo’s, le ho rincontrate un paio di volte. Erano sempre al bar intente a cercare compagnia.
    - Bene, almeno sappiamo cosa avevano in comune le vittime – Irons si rassegnò a dover fare confronti fra se stessa e le ex del suo ragazzo – Erano… disponibili.
    - Bell’eufemismo – constatò Puka – Comunque sappiamo anche che almeno tre delle vittime frequentavano Carlo’s, o almeno il bar del ristorante.
    - Quindi erano donne eleganti, benestanti e disinibite – concluse JJ – Abbiamo una vittimologia.
    - Cominciamo a lavorare su quella – decise Prentiss.

    Era appena rientrata nel suo appartamento, distrutta dopo quella giornata stressante. Le parole di Jefferson le rimbombavano nella testa non dandole tregua. “Stile di vita alternativo”, così aveva definito la sua relazione con Michele. Un moto di rabbia la pervase, nonostante tutti dicessero che non faceva differenza le tendenze sessuali di un’agente l’avevano sospesa perché era gay.
    Aprì la porta della camera da letto, dove la sua ragazza dormiva placida. Si spogliò in fretta e sgattaiolò sotto le lenzuola cercando di non svegliarla. L’esile bellezza bionda sospirò soddisfatta quando sentì le forti braccia di Jasmine circondarla. Si strinse ancora di più alla donna che amava e affondò il volto nei suoi sottili capelli chiari.
    Perché doveva essere tutto così difficile? Perché doveva scegliere fra il lavoro che adorava e la donna che la rendeva felice?

    Puka continuava ad accarezzare distrattamente Lollipop, che dimostrava tutto il suo apprezzamento per quelle attenzioni facendo sonoramente le fusa.
    La sua vita privata era caotica e imprevedibile. A differenza di JJ, Jack, Chris e Isabel lei non aveva un compagno o una compagna. Non sapeva neanche quale dei due stesse cercando.
    Aveva sempre creduto che quando avesse incontrato la persona giusta tutti i suoi casini sarebbero finalmente scomparsi come per incanto e che avrebbe infine capito cosa voleva dalla vita.
    Aveva ventinove anni, un lavoro che la appassionava, un bell’appartamento e Lollipop che l’accoglieva tutte le sere. Eppure la sua vita era vuota. Era stufa di non avere nessuno a cui telefonare nel cuore della notte per avere un po’ di sostegno emotivo. Invidiò i suoi amici e colleghi, loro la persona giusta l’avevano trovata.
    In tutta la sua vita le era capitato solo una volta di perdere completamente la testa per qualcuno e come conseguenza Andrew le aveva spezzato il cuore, mollandola per una ragazza più carina e “classica”, come l’aveva definita lui stesso.
    Buffonate! Lui voleva una donna facile da capire, che non comportasse dispendio di forze e che si accontentasse di quello che lui era disposto a dare. Lei non si era mai accontentata in vita sua, o tutto o niente. Non esistevano le vie di mezzo.
    Suo malgrado fu costretta ad ammettere con se stessa che la sua situazione attuale “era” una via di mezzo. Si infilava nel letto di qualunque essere umano fosse disposto a darle un po’ di calore anche se per una notte sola, e questo era accontentarsi.
    Fissò la propria immagine nello specchio. Era una punk, quello era il suo stile, qualcosa che la faceva sentire forte e sicura di sé. Ma era anche un modo per nascondersi al mondo, per evitare di fare i conti con quello che avrebbe potuto essere e non era stato.
    Si rannicchiò sotto le coperte con il suo gatto e cercò di prendere sonno.

    Lizzy e Jack erano seduti sul divano dell’appartamento di quest’ultimo. Hotch le stava raccontando la conversazione con Jefferson e le stringeva la mano. Quando lui finì di riferirle l’accaduto, lei tirò indietro la mano e cominciò a fissare un punto del pavimento.
    - Ti hanno sospeso per colpa mia? – chiuse gli occhi e trattenne il respiro.
    - No, mi hanno sospeso perché sono degli asini pomposi.
    - Ma è stato il nostro rapporto a dargli l’appiglio per farti questo.
    Jack le mise due dita sotto il mento e la costrinse a girarsi. Le sorrise con dolcezza e le spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
    - Non devi preoccuparti.
    - Tu ami il tuo lavoro – sembrava sull’orlo del pianto – Se il nostro rapporto mette a repentaglio la tua carriera…
    - Elizabeth, la cosa più importante non è il mio lavoro – le prese il viso fra le mani – Ti amo, voglio sposarti e formare una famiglia solo nostra. Se mi costringeranno a scegliere, io ho già preso la mia decisione.
    - Tutto questo è assurdo.
    La baciò sulla fronte e se la strinse contro.
    - Non preoccuparti. In fin dei conti ho una laurea in legge, troverò qualcos’altro.
    - Tu sei nato per fare il profiler e sei bravo. Se quei cretini non lo capiscono…
    - La cosa più importante adesso è tirare Chris fuori dai guai, vedrai che una volta fatto questo si risolverà tutto.
    - Speriamo.
    - Andiamo a dormire ora. Domani sarà una giornata piuttosto impegnativa.
    Per la prima volta da quando stavano insieme, si limitarono a dormire. Elizabeth si chiese cosa sarebbe successo in futuro. Non metteva in dubbio che se lo avessero messo davanti a quel tipo di decisione lui avrebbe scelto lei.
    Si soffermò su quello che ne sarebbe seguito. Trovare un nuovo lavoro, rimpiangere la sua carriera di profiler, l’amarezza che ne sarebbe seguita… Forse, un giorno, lui le avrebbe rinfacciato tutto questo. Non riusciva a prendere sonno e si rigirava nel letto.
    Rischiavano di perdere tutto quello che avevano.

    Chris aveva insistito con Isabel perché si fermasse a casa sua. Non voleva rimanere solo. La buttò sullo scherzo: nel caso il maniaco agisse di nuovo era meglio avere un alibi. Lei aveva sorriso e alla fine aveva ceduto.
    In realtà desiderava restare con lei, sentiva il bisogno di averla vicino. Tutto quello che era successo in poco più di due giorni lo aveva destabilizzato.
    Era stato accusato di un omicidio. Anche se la Harper non l’aveva ancora incriminato era convinto che fosse solo questione di giorni. Inoltre lo avevano sospeso dal servizio per via della sua relazione con Irons. Il vice procuratore era decisa a rovinarlo e chi ne aveva fatto le spese era la donna che amava e i suoi colleghi.
    Si sentiva tremendamente in colpa e continuava a rimproverarsi. Se non si fosse comportato come uno sciocco, se non si fosse divertito ad infilarsi in più letti possibile, se non avesse minacciato Desiré… la lista dei se sembrava non finire mai.
    Si sorprese a sorridere mentre pensava che l’unico “se” che non gli era venuto in mente era “se non avessi avuto una storia con Isabel”. Era un’eventualità che non voleva prendere neanche in considerazione, da quando lei era nella sua vita era finalmente felice ed appagato.
    Si rese conto di essere egoista nel suo modo di pensare. Le conseguenze di quello che provava per lei si erano ripercosse su entrambi. Si girò a fissarla. Dormiva tranquillamente con la testa poggiata sulla sua spalla e sembrava così dolce. Non voleva che lei pagasse lo scotto delle scelte sbagliate che lui, e solo lui, aveva fatto.

    Continua…
     
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    Capitolo XIII. Ideas

    Isabel fu svegliata dal profumo di caffè appena fatto. Si tirò su e si stiracchiò, rammaricandosi che Chris non l’avesse aspettata come faceva sempre, ma oggi non potevano fare tardi, dovevano fermare un S.I.
    Si mise addosso la camicia di Chris che giaceva in terra, dove era finita la sera prima durante la loro “litigata”. Sorrise sentendo l’odore del ragazzo sulla stoffa e si permise di chiudere gli occhi ed assaporare ancora un po’ quella sensazione di benessere che accompagnava sempre il risveglio con lui.
    Entrando in cucina lo vide di spalle, intento ad armeggiare ai fornelli, mentre fischiettava. Sorrise pensando che era bello vederlo così di buonumore, aggrottò le sopracciglia rendendosi conto che lui era sempre allegro la mattina. Possibile che non si alzasse mai con il piede sbagliato come succedeva a tutti i comuni mortali?
    - Rimani lì sulla porta o vieni a fare colazione?
    - Come hai capito che ero qui? – chiese lei sorpresa.
    Reid picchiettò con il dito sulla pentola di rame che teneva attaccata sopra l’isola della cucina.
    - Sei un’imbroglione, lo sai?
    - Mai detto di essere uno che segue le regole – si girò verso di lei con le braccia aperte.
    - Cosa mi hai preparato di buono? – disse mentre si stringeva a lui.
    - Frittelle, caffè e spremuta d’arancia. Va bene, principessa?
    - Mi accontenterò per stavolta – si sciolse dall’abbraccio e andò verso il tavolo.
    - Quale onore – Chris la superò e le tenne la sedia mentre si sedeva – Ci organizzeremo meglio la prossima volta.
    - Dovresti smetterla di viziarmi così, finirò col diventare grassa.
    - Sei tutta pelle e ossa, un po’ di peso non ti farebbe male.
    - Già, peccato che non ingrasso sulle tette – rispose alzando un sopracciglio.
    - In compenso hai il sedere più straordinario che abbia mai visto.
    - Porco!
    Alzò un braccio per colpirlo, ma lui prontamente le afferrò il polso e poi si chinò a baciarla.
    - Buongiorno anche a te – si allontanò per prendere i piatti.

    Guidava lui come sempre, mentre Isabel continuava a rimuginare sui dossier che Puka aveva procurato. Con l’I-pad continuava a fare avanti ed indietro con i dati raccolti dalla polizia, senza riuscire ad approdare a nulla di concreto. Quel tipo era maledettamente in gamba, visto che con quattro omicidi era riuscito a non lasciare la più piccola traccia.
    Continuavano a brancolare nel buio, essendo riusciti a lavorare solo sulla vittimologia. Peccato che i bar del centro pullulassero di ragazze che corrispondevano al profilo. Si mise a pensare che nonostante quei bar fossero pieni di quel genere di ragazze, lei non ne conosceva neanche una che rientrasse nel tipo prediletto dall’S.I.
    Kathy era una bellissima ragazza, anche molto disinibita, ma decisamente elegante non era un aggettivo che si poteva usare con lei. Lizzie era bella ed elegante, ma decisamente non era disponibile. Della squadra poi non c’era nessuna che rientrasse nel profilo, a parte Prentiss che comunque non rispettava la fascia d’età che era stata presa di mira.
    Impossibile tenere sotto controllo tutti i bar, ma una soluzione doveva pur esserci. Cominciò a giocherellare nervosamente con una ciocca di capelli, rimproverandosi di non riuscire a trovare un modo per restringere il campo. Non ricordava molto degli uomini presenti al bar quella sera…
    Improvvisamente sgranò gli occhi e diede un pugno sul cruscotto.
    - Quando fai così significa che hai avuto un idea – Chris continuava a concentrarsi sulla guida – Spara, prima di scoppiare dalla voglia di dirmelo.
    - Carlo’s.
    - Sì, sappiamo che probabilmente è lì che va a caccia. Mica possiamo metterci a seguire tutti quelli che frequentano quel posto.
    - Ma sappiamo anche che era presente la sera della cena di famiglia.
    - E allora?
    - Dici che Puka riesce ad avere l’elenco delle persone che hanno usato la carta di credito lì quella sera?
    - Potrebbe aver pagato in contanti – le fece notare Reid.
    - In un posto del genere darebbe troppo nell’occhio… e comunque da qualche parte dobbiamo pur iniziare, no? E poi vediamo se la nostra cara Puka è un’hacker abile quanto dice.
    - Che vuoi dire?
    - C’è un altro modo per sapere chi era presente lì quella sera.
    - I verbali della polizia! – la prevenne lui – Sei un genio!
    - Guarda che quello con il Q.I. stratosferico sei tu. Io mi accontento di essere nella media.
    - Tu non sarai mai nella media, sei troppo speciale.
    - Ruffiano!
    - Modesta!

    Erano tutti attenti ai movimenti di Cassandra, che da circa mezz’ora continuava a manipolare le informazioni sui monitor. Sebbene fosse entrata nel mainframe della polizia di Washington il giorno prima, sembrava un problema trovare i nomi dei testimoni di Morelli e Lavigne.
    Intanto Prentiss era in cucina che preparava il caffè, non trovando il coraggio di dire quello che le frullava in testa da un po’ di tempo. Chris sarebbe andato su tutte le furie e di sicuro non avrebbe potuto biasimarlo, anche lei avrebbe reagito male a quello che stava per dire. Ma doveva fare qualcosa per portare la sua squadra fuori da quel casino e non vedeva altre soluzioni.
    Decise di aspettare che Puka terminasse la sua ricerca, forse non sarebbe stato necessario attuare il piano che le era venuto in mente durante la notte. Sperava che ci fosse qualcosa di rilevanti in quegli incartamenti che stavano cercando con tanto affanno. Comunque anche l’idea di trovare l’elenco di chi aveva usato la carta quella sera non era male, doveva ammettere che la ragazza aveva una testolina che sfornava idee in continuazione, tutte abbastanza buone tra l’altro.
    Jack si allontanò dagli altri e la raggiunse, era visibilmente teso e preoccupato. Chiuse la porta alle sue spalle e fronteggiò il suo capo, in completo silenzio si studiarono cercando di capire le reciproche intenzioni.
    - Tu hai un piano – esordì il ragazzo – Ma non vuoi dirci di che si tratta.
    - Mi complimento, sei diventato un bravo profiler.
    - Ti conosco da sempre – disse non distogliendo il contatto visivo – Quando hai quello sguardo, vuol dire che hai un’idea, che è pericolosa e che forse qualcuno di noi si arrabbierà.
    - Quindi?
    - Credo di sapere cosa stai pensando. Per quello che vale, per me potrebbe essere un buon piano, ma Chris…
    - Non la prenderà bene – sospirò lei afferrando la caraffa di caffè appena fatto – Vediamo prima cosa trova Puka e poi decidiamo come procedere. Spero di non dover litigare con lui, sa essere altamente indisponente quando vuole.
    - Strano, suo padre non è così.
    - Infatti, quel lato del suo carattere la preso tutto dalla madre.
    - Sarah?
    - Le litigate tra lei e tuo padre per lavoro erano all’ordine del giorno. Carattere di ferro e testardaggine da vendere, chi ti ricorda?
    - Suo figlio, fatto e finito – rispose con un sorriso scuotendo la testa.
    - Magari avessi a che fare con il più malleabile Reid padre – sospirò la donna – Raggiungiamo gli altri.

    Continua…

    Edited by unsub - 28/2/2011, 21:02
     
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    Capitolo XIV. Different points of view

    Vi osservo da qui, non visto, ignorato. Osservo specialmente te, con quell’aria superiore e quel vestito elegante che mette in risalto il tuo corpo, tu che osservi tutti dall’alto in basso. Nessuno è alla tua altezza, sei tu che decidi con chi giocare e chi tenere in panchina ad attendere. Beh, stavolta hai trovato un giocatore che non rispetta le regole e non obbedisce scodinzolando in attesa di un tuo sorriso o di una tua carezza.
    Tu mi hai ignorato finora, mera tappezzeria nella tua vita, una di quelle cose che nessuno guarda mai, a cui nessuno fa caso. Ora mi vedi? Ora mi senti? Urla e piangi, fammi sentire che finalmente non sono più sullo sfondo, finalmente sono in prima fila sul palcoscenico e tutto il pubblico aspetta la mia battuta. Eccomi qui, miei cari, pronto a recitare la mia parte fino in fondo.
    Osservo i tuoi bei capelli biondi, solitamente così ordinati, aggrovigliati e che escono dalle forcine. Sei troppo concentrata sul fatto di dimenarti, di impedirmi di prendere quello che è già mio, per accorgerti che così facendo distruggi la sottile impalcatura che regge insieme la finzione.
    Io vi conosco, mie care signore. Tutte uguali, tutte finte, nascoste dietro il vostro trucco e dietro acconciature elaborate che attirano l’attenzione, abiti eleganti e costosi che mettono in risalto i vostri corpi scolpiti da ore di palestra e da sedute presso i centri estetici. Tutta questa fatica per niente?
    So che in realtà vi serve, ne avete un disperato bisogno. Dietro tutto quell’effetto scenico nascondete il nulla che vi contraddistingue, voi mere illusioni desiderate dagli uomini che vogliono solo un po’ di compagnia per una notte. Vuoti involucri di vanità e stupidità, che cercate di sembrare migliori di quanto siete.
    Io per voi non ho mai rappresentato niente, io non ero degno di assaggiare quel mondo effimero. Bene, mi sono dato da solo questo privilegio. Siete mie, ognuna di voi può essere la prossima e voglio che mi conosciate.
    Tu, sgualdrina, che continui a supplicarmi, tu mi conosci? Sai chi sono? Ti ricordi di me? Mentre affondo le mani nel tuo collo delicato e senti la vita abbandonarti, sei finalmente riuscita a fare il collegamento mentale? Sei riuscita a capire il perché?
    Piangi e urla per me, fammi sentire il tuo terrore! Preparati Washington, ho appena cominciato a divertirmi. Tutte le puttane sono mie! Non quelle luride disperate che infestano i marciapiedi, no. Quelle le lascio ai falliti, ai disperati. Io voglio quelle prostitute che rallegrano lo scenario della tua parte più scintillante, quelle ragazze disponibile che barattano il sesso per una cena in un locale costoso. Quelle che hanno stabilito una tariffa molto alta per la loro compagnia.
    Quegli stupidi poliziotti! Pensano che sia stato quel damerino dai capelli neri a fare tutto questo. Non permetto a nessuno di prendersi il merito del mio capolavoro, io vi farò sapere che esisto e che nessuno può più ignorarmi!
    So chi sei bella bionda, tuo padre mi ha fatto un sacco di domande ma non era interessato alle risposte. Pagherà caro l’errore di avermi sottovalutato.


    Prentiss continuava a guardare Chris, indecisa se parlare o meno dell’idea che le era venuta. Lo conosceva da quando era piccolo, l’aveva visto nascere ed era sempre stata una sorta di zia per lui, eppure il pensiero di esternare il suo piano la metteva a disaggio. Conoscendolo sarebbe esploso come una pentola a pressione… Decisamente era testardo e caparbio come sua madre, niente a che vedere con il dolce e malleabile Reid senior, che era sempre stato disposto a giungere a qualche compromesso durante la sua carriera nella squadra.
    Jack era visibilmente nervoso, avendo capito dove lei volesse andare a parare e timoroso di dover mettersi fra quei due e fare da paciere. Si domandava come avrebbe reagito Isabel, la conosceva troppo poco per capire quale potesse essere la sua risposta a quel tipo di piano ma aveva dimostrato di essere un tipo tosto, specialmente durante il caso del “creatore di bambole” dove aveva dovuto addirittura sparare al suo stesso fratello.
    Isabel, da parte sua, continuava a sfogliare i file sulle carte di credito usate da Carlo’s le sere degli omicidi. C’erano nomi ricorrenti, ma nessuno compariva nei tabulati tutte e quattro le sere incriminate, quindi o l’S.I. pagava in contanti oppure il collegamento fra le vittime era un altro.
    Furono riscossi dai loro pensieri, dall’improvviso scampanellare del citofono. Prentiss, come padrona di casa, si alzò per andare a rispondere. I ragazzi si guardarono fra di loro, chiedendosi chi potesse andare a cercarli lì in quel momento così particolare delle loro carriere. Il ritorno del loro capo li preoccupò non poco, Prentiss aveva una faccia strana che non presagiva niente di buono.
    - Chi era? – chiese Jack cercando di capire cosa stesse succedendo.
    - Vuoi dire chi è, visto che sta salendo – si avvicinò a Puka – Fai sparire tutti i file che abbiamo recuperato hackerando il mainframe della polizia.
    - Perché? – chiese la ragazza stupita.
    - Il detective Morelli ha deciso di onorarci con una visita inaspettata.
    Istantaneamente armeggiarono tutti con i propri I-pad, mentre Puka con poche rapide mosse faceva sparire qualsiasi prova di quello che aveva fatto negli ultimi due giorni. Proprio mentre tutti posavano le apparecchiature elettroniche, il detective fece il suo ingresso nel salotto di casa Morgan con un’aria decisamente contrita, molto diversa da quell’atteggiamento indisponente che aveva usato durante il loro ultimo incontro.
    - A cosa dobbiamo l’onore? – chiese Chris alzandosi in piedi – E’ venuto per arrestarmi?
    - No… lei è stato completamente scagionato. Soprattutto visto che ha un alibi di ferro per l’ultimo delitto.
    - E da quando la mia parola sarebbe un alibi di ferro? – chiese Isabel ironica.
    - Ieri sera un’altra ragazza è stata stuprata e strangolata dopo aver lasciato il ristorante Carlo’s.
    - E come fa ha sapere che ho un alibi? – intervenne di nuovo Reid.
    - Io e Lavigne abbiamo sorvegliato casa sua tutta la notte, quindi sappiamo che al momento del delitto si trovava nel suo appartamento in compagnia della signorina Irons.
    - Agente Irons – ribadì Prentiss – Vorrei che non scordasse che siamo agenti federali, un po’ di rispetto!
    - Mi scusi – l’uomo era in evidente difficoltà e continuava a spostare il peso da un piede all’altro.
    - E’ venuto fino a qui per dirmi solo questo? – Chris tornò a sedersi.
    - Veramente… ecco… il procuratore distrettuale ha tolto il caso alla Harper, decidendo di occuparsene lui personalmente – prese fiato cercando le parole giuste – Io… pensavo… insomma…
    - Ci sta chiedendo aiuto, detective? – JJ lo osservava divertita.
    - Sì. Anche se Harper e Lavigne erano convinti che il colpevole fosse l’agente Reid, io non ci ho mai creduto. Mi dispiace per il mio comportamento, ma non avevo altra scelta che seguire le istruzioni che mi erano state impartite.
    - Tipo? – Isabel era sul piede di guerra.
    - Di trattarla male e riderle in faccia, per esempio – confessò l’uomo visibilmente contrito – Sono venuto qui anche per scusarmi con tutti voi.
    - Grazie, detective – Prentiss incrociò le braccia e lo fisso intensamente – Comunque non possiamo aiutarla neanche se volessimo.
    - So della vostra sospensione… il procuratore se ne sta occupando personalmente – fece sapere l’uomo.
    - Purtroppo la sospensione è partita dagli affare interni, dubito che il suo superiore possa fare qualcosa – Emily fece il gesto di accompagnarlo alla porta.
    - Nel caso, questo è il mio biglietto da visita. Qualsiasi cosa vi serva, dossier, informazioni riservate…
    - Come mai tutta questa disponibilità? – ormai erano davanti alla porta.
    - La ragazza uccisa… era la figlia di Lavigne.

    Continua…
     
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